Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?
Luigi Socci, Freddo da Palco, Edizioni d’if
Bisogna sentirlo, bisogna ascoltarlo Luigi Socci. Bisogna, almeno per una volta, ascoltarlo mentre modula i suoi versi in cui senso e suono si incrociano quietamente, gustare le sue pause ad armonizzare sillabe e rime, parole e metro, perdonargli magari l’incespicare su paronomasie o scambi vocalici e consonantici che, al netto di ogni cascame patetico/poetico, portano ad enjambements spiazzanti, a clausole stranianti che lasciano interdetti, sorpresi. Anche un po’ scossi, quasi infastiditi. Come accade, più o meno, in teatro quando, ad apertura di sipario, un freddo inaspettato e sgradito cala sulla platea che, fino ad allora, si era tranquillamente goduta caldo ed attesa: «Siamo preda del freddo da palcoscenico dell’aria che viene dal sipario».
Freddo da palco si intitola per l’appunto questa plaquette di Luigi Socci ( soidisant, in un risvolto che sa d’ understatement e dagherrotipia, «scrittore di poesia part time e performer testimoniale») uscita per le napoletane Edizioni d’If. Essendo chi scrive un semplice lettore di poesia, queste che seguono sono poche, innecessarie note che mi piacerebbe valessero per testimoniare la bellezza di questa raccolta, esile quanto preziosa. Del resto, mai la poesia andrebbe resa in prosa, come scrive Mandelstam nel suo abbacinante «Conversazione su Dante», perché proprio quando la poesia si lascia parafrasare certifica, in una specie di gioco al contrario, la propria inesistenza: «giacchè dove un’opera si rivela commisurabilcommisurabile alla sua parafrasi, là non ci sono lenzuola gualcite, la poesia, per così dire, là non ha pernottato». Qui invece nei versi di Socci la poesia ha senz’altro trovato rifugio e accoglienza. Si pensi alla prima sezione intitolata Roma dove l’autore stravolge con garbata parodia i celebri Limoni montaliani: però qui né città rumorose, né l’ azzurro che si mostra a pezzi in alto tra le cimase cantati da Arsenio, ma piuttosto, dentro un «povero teatro dei cortili», spiati da un buco nella rete, ulivi condominiali «azzurrati» e «celestinati» colorati in questo tinta grottesca per sfuggire all’assalto di parassiti et similia, visione ben accetta per «rimatori guardoni diplomati poeti laureati mai bocciati». Nella seconda lirica un trittico dedicato ad alcuni capolavori berniniani ( «slogati comprimari, marmi ignari delle più elementari regole della carne») colti per schegge e inquadrature originali, che sarebbero certo piaciute ad Alberto Savinio: per esempio, Santa Teresa, «vestita di scogli sfaccettature angoli è becchime per angeli» o il Tritone di Piazza Barberini «anfibio alla ricerca di un bicchiere dal suo strumento a fiato impara a bere». Ma in tutte queste liriche, per parafrasare Manganelli, l’angoscia scherza spesso con il gioco. La menzognera artificiosità della finzionalità ( nella lingua, nell’arte, nel suo luogo d’elezione che è il teatro, ecco il lemma decisivo di questa raccolta, vero e proprio wortmotiv che ricorre incessamente) è messa a nudo dall’emergere di una realtà che si fa via via sempre più dolorosa e tragica, senza redenzione né salvezza. Come ne Ultima prima al ‘Na Dubrovka, dove Socci dà parola e corpo ad una giovane terrorista cecena morta nel dicembre 2002 dopo l’assalto ad un teatro moscovita e la conseguente presa in ostaggio di un’intera platea di spettatori: «Mi confondo nei ruoli. Mi confondono i ruoli. Mi credo e mi capisco. Dico l’ultima poi mi finiscono.»

