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Freddo da palco, Luigi Socci
di Maria Lenti

Una sola poesia, talora, dà il ventaglio del pensiero di un autore: Meriggiare pallido e assorto di Montale, La vita è ricordarsi di un risveglio di Penna, Il gobbo di Alda Merini. Esordi di una vita poetica che si sarebbe distesa e concentrata in diversi libri e pubblicazioni, conservando lo stesso nucleo di disincanto il primo, di stupore gli ultimi due poeti.

Riflettevo su questo a lettura finita di Freddo da Palco di Luigi Socci, in quattro brevi partiture: Roma, Berniniane, Freddo da Palco, Ultima Prima. E, se una delle sezioni dà il titolo alla silloge, il Freddo da palco esce da tutte perché il palco è quello a ridosso del quale siamo spettatori «serrati in prime file riservate»: di una città che rappresenta tutti i luoghi della recita, di una scultura che si pone come rappresentazione, di uno stare a ridosso della scena proprio sotto il palco, di un «Na Dubrovka» che, nella sua tragicità, sintetizza e ha sintetizzato l’orrore messo in diretta e calato su chi era lì, ignaro o protagonista, e su chi vi ha assistito di qua dallo schermo televisivo.
Essere dentro quel freddo, avvertirlo nelle ossa, in attesa che la scena vada avanti. Ma va avanti, oppure è sempre la stessa fino all’epilogo vissuto, realmente, nel teatro moscovita? Con la differenza, sostanziale tuttavia, di teatralità lontane (come quelle di Bernini, oggi essenziali all’arte), di orrori vicini. Lasciare la platea, dopo la calata del sipario, e il freddo patito, pur come spiffero a termine, o sentirselo ancora dentro il freddo come un rimorso o una spinta ad agire?
La poesia di Luigi Socci mette in scena e lascia sospesa la risposta a quest’ultimo interrogativo. Ma è certo che la sua messa in scena ha il sapore amaro di una constatazione, non neutra, che sfila da sé il coinvolgimento dell’altro.

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