Luigi Nacci, Madrigale Odessa, edizione italiana a cura di Luigi Nacci, Napoli, 2008, pp. 30, € 7,00 (i miosotis).
di Fabio Zinelli
Legata alla memoria e alla letteratura della Shoah, la formula ‘chi testimonia per il testimone’ conosce un rovescio: ‘chi testimonia per il carnefice’, applicabile al genere, naturalmente ambiguo, che esplora l’universo del male da parte di chi lo ha praticato. Ricordiamo, ultimo documento letterario per ordine di tempo, Le Benevole di Jonathan Littel ritratto intimo del carnefice, prova intensa di abbandono del punto di vista etico dell’autore.
Muovendo dall’artificio del manoscritto ritrovato, Luigi Nacci finge di tradurre qui un quadernetto dattiloscritto a titolo Madrigalen und Canzonetten riscoperto in Argentina, a Bariloche, la ridente cittadina rifugio di criminali nazisti («Bariloche è un villaggio amorevole / popolato da elfi e fatine»). Una serie di poesie e strofette non edificanti, di ritmo anapestico e militaresco (nei ginnasi si insegnava che era la cadenza di marcia degli opliti spartani), ci consegna l’allegra allucinazione dei reduci del male a nome Priebke, Eichmann, Mengele. La descrizione del viaggio, tra prodigi («chi poteva pensare / che il nostro arrivo / sollevasse il mare»), è seguita dall’Einsiedlung (abbandonata con le divise il ricordo della bella gioventù ariana – « se vedesse in che stato siamo / di salsedine sporchi e di sangue / se vedesse sorriderebbe»), in un giardinetto di giochi per vecchi bambini («ci si affina nel lancio dei tappi / come se fossero bombe incendiarie»; die Shoah im Sandkasten, si potrebbe ‘ritradurre’ in tedesco). Sono vecchietti stanchi e nostalgici (come i camerati dell’algido Peter O’ Toole in «La notte dei generali»), irriducibili antisemiti (gli ebrei ritornano, nei loro sogni, come mosche fastidiose da schiacciare) e, a tempo perso, abbatterebbero rom come fagiani: «ah se fossimo giovini / spareremmo agli zingari / per festeggiare». Ogni poesia è accompagnata da un distico il cui scopo è di introdurre un classico effetto di straniamento rispetto al testo. Si tratta di deformazioni di temi triviali, partendo da canzonette nostrane («chi non lavora non fa l’amore / canta beato l’infornatore»), ma soprattutto di inserti in una ‘lingua migrante’. Nella lingua di asilo, troviamo versi castigliani e slogan peronisti, nella lingua del ritorno e della nostalgia inserti delicati in dialetto triestino («lontan de ti son come l’useleto che vivi in s’ciavitù»). Ora, il dialetto, per i nostri vecchietti malefici, è lingua del ritorno ma solo per sostituzione. Si tratta infatti del dialetto dell’autore Nacci che con mossa intelligente recupera in epigrafe una bella poesia di Carolus Cergoly («Fuma el camin / mattina e sera / del lagher de Mathausen / gran fradel de quel / de la risera»).
Nacci è del 1978, la sua conoscenza del male è dunque un ricordo territoriale: ha giocato a tennis, nella sua vita normale, vicino al Lager italiano della Risiera di san Sabba. Qui affonda le radici il suo diritto, domestico, vernacolare, di testimoniare per il testimone. La scelta di farlo passando per il punto di vista del carnefice vale come l’avvertimento che, oltre la banalità del male, c’è la struttura aperta della sua condivisibilità sociale e perfino, in una situazione di allentamento della coscienza civile, la sua convivialità. Il tono allegro dei Madrigalen und Canzonetten (viene in mente il pastiche di De André nelle figurine di Ottocento: «eine kleine Pinzimonie, Wundermatrimonie ...») equivale dunque a qualcosa di diverso e più sottile di uno sguardo post-storico sulla Shoah. Con gesto forse più semplice ma primario, il filtro della territorialità (una dimensione così vera e vicina da accettare gli opposti della convivenza e del rifiuto dell’altro) agisce mettendo allo scoperto la banalità gustosa e rassicurante del male: non ‘testimoniare per il testimone’ ma, in fondo, ‘raccontare barzellette per il carnefice e per il testimone’ (al secondo difficilmente gliene sarebbe rimasta la voglia; suggeriamo del tutto una lettura alla Sturmtruppen, per es.: « Bàrillòcce è un fillàccio amoréfolen »), e insomma, per mettere a nudo come funziona, odiando e (forse) compatendo, il meccanismo intimo del ‘volersi rassicurare’, dunque, ancora con Cergoly: «Morsigar de cosienza / disi el Kapò / perché? / Sù femo i bravi / in fondo xe un brusar / ebrei e slavi».

