Lina Salvi, Socialità, Edizioni D’if , Napoli 2007

In Socialità di Lina Salvi la poesia segue il percorso più ostico e ci si mostra nuda. Non ha vezzi, racconta “incarnando” la sua “dannata esperienza”. A volte si mostra “zitta per protesta e sdegno”. Certo non è muta in quanto a corto di parole – sono il sangue della poesia -, ma è ritrosa come se esse provassero ritegno a evidenziare la realtà:
“andavo fiera della mia speranza/ di quel silenzio.”
Da questo silenzio che esprime celando nasce la forza di Lina Salvi che colpisce con immagini proiettate fuori dalla pagina per scavare una ferita nel sentire del lettore:
“…reagivo come se non avessi/ ascoltato, come se si fossero d’un tratto/ interrotti i fili della comunicazione,/.
Si usa il silenzio con orgoglio, con una “espressione inflessibile e statuaria” anche in balia di un’estrema vulnerabilità
“io/ che senza una barra metallica conficcata/ nella schiena non ero nemmeno in grado/ di governare il capo.”
Non a caso fin dai primi versi si evoca un “fuoco rosso orgoglioso” che fa volare in cielo “le ceneri cangianti/ dei nostri involucri grotteschi.”
E’ un orgoglio inteso come forza per opporsi a un sopruso, capacità di sopportazione e di reazione in positivo. Perfino in un gioco esso è in grado di richiamare fierezza e non pietà:
“gli scugnizzi/ misuravano d’azzardo la vita/ e quella sua equità.” Anche la “sillaba” per indicare la diversità non emargina, ma porta “in sé/ fiumi, germogli, case.”: è un magma che aiuta a “pattuire un’esistenza per sua natura/ sommaria.” e in cui si deve lottare con ogni fibra per trovarsi una collocazione magari imperfetta, come asserisce un altro titolo dell’autrice. L. Salvi ci parla di vita pronunciandola “con l’identica semplicità/ della marca d’un rossetto” e riesce, proprio per questo, a mostrarla scolpita e a regalarle la nobiltà dell’atto umano che –come in una tragedia greca- diventa puro nella sua nudità e possibile di redenzione. La scrittura qui è dura ed essenziale. Parla di gente a cui non si regala nulla, di un sociale che conosce l’emarginazione ed è posto senza scampo di fronte ad una salita erta. Una forza intrinseca,però, porta a non arrendersi mai, a pretendere la propria fetta d’esistenza. G. Fantato nella prefazione ad “Abitare l’imperfetto”definisce nitidamente questa forza: “uno slancio possibile, quasi una sorta di “volontà naturale”, di istintiva tensione a trovare varchi:” “Il corpo si fa apertura che cerca una gioia, anche solo a frammenti,”.
A. Paganardi dice che l’autrice traspone “il disadorno delle cose in un codice più complesso, ma più trasparente, capace – fra i pochi - di utilizzare l’imperfezione come ‘materiale riciclabile’.”
La poesia è semplice parola parlata, riposa nel lato dicibile della cosa, ma riesce a comunicare un senso che evade dalla strettoia della frase compiuta. Esso è denuncia correlata ad una esistenza vitale a cui si riconosce una “sua equità” e che porta verso “luoghi/ prescelti di libertà./ per non lasciarsi schiacciare da “oggetti noiosi/ realtà anguste o spoglie”.
Milena Tagliavini

