Premi di Letteratura
distribuzione
gli anfibi
gli armadilli blu
gli armadilli brilli
gli e-book
gli strumenti
i coccogrilli
i fuoricollana
i miosotìs
i pipistrilli
i pipistrilli elettronici
news
offerte d'acquisto
prenota le novità
radio - multimedia
scrivono di noi

L’immagine ossedente degli antepassati
su Tortora che voli alta di Luis Alberto Crespo (Edizioni d’if 2007 - € 10,00)
di Giancarlo Alfano

«Non considero affatto la foto una 'copia' del reale, ma la considero un’emanazione del reale passato: una magia, non un’arte». Così, perentoriamente, si esprimeva Roland Barthes in Camera chiara, il suo saggio del 1980 dedicato alla Fotografia.

Oscillando tra la condizione dello studium, del desiderio di chi si applica sull’immagine fotografica, e la condizione del punctum, l’incidenza puntuale con cui quella tecnologia della riproduzione ottica dichiara che quella cosa raffigurata-là «è stata», Barthes cercava di ragionare sullo statuto ontologico dell’immagine fotografica e sul ruolo che l’immaginario ha nella società nostra contemporanea. La conclusione di quel saggio era aperta, lasciando il lettore sulla indecisione tra l’addomesticamento in cui consiste l’«immaginario generalizzato» (per esempio della pubblicità, o dell’intossicazione informativa odierna) e la follia che ci propone «il risveglio dell’intrattabile realtà».
Rappresentare significa infatti anche sempre ri-presentare: presentare di nuovo. Ma significa anche presentare in altra foggia, con altro materiale, dentro un altro codice o comunque dentro un altro sistema di riferimento. Ed è per questo che Barthes amava parlare di Spectrum della Fotografia, rimandando tanto all’etimo dello «spettacolo» tanto a «quella cosa vagamente spaventosa che c’è in ogni fotografia: il ritorno del morto».
Di simili presenze spettrali è abitato il libro di Luis Alberto Crespo, Tórtola de más arriba, tradotto ora in italiano da Andrea Perciaccante col titolo Tortora che voli alta per le Edizioni d’if, la piccola casa editrice napoletana che da anni segue e promuove la poesia italiana e che dal 2007 promette di pubblicare annualmente, in collaborazione con l’Unione Latina, un volume di poesia in lingua non italiana, selezionato all’interno di un premio internazionale.
Il primo volume di questa serie è appunto quello di Crespo, autore venezuelano nato nel 1941, scrittore e giornalista, traduttore dal francese. Dalla nota editoriale impariamo anche che Tórtola de más arriba è stato concepito come poemetto unitario, per raccontare l’esilio degli «antenati» dell’autore, «cacciati da Carora e profughi nel deserto del Quibor». E infatti, i protagonisti dei componimenti che si susseguono nel libro sono i componenti della famiglia Crespo Meléndez, dal capostipite Pedro ai rami più recenti.
Questa aggregazione per tasselli progressivi non assomiglia però al tracciato ordinato di un albero genealogico, ma si presenta piuttosto come l’invocazione degli spiriti degli antenati: la loro evocazione. I Crespo Meléndez, al contrario, vengono avanti come in un’unica folla, si direbbe, assembrandosi sulla soglia dell’immaginazione (come le ombre che fanno ressa sul bordo rituale tracciato da Ulisse nell’Odissea).
«Che ci fai tu qui nei miei occhi zio Carlo se sei morto?»: il poeta stupito, forse intimorito, si rivolge all’apparizione che bussa alla «sua fronte perché gli apra», e lo invita dicendogli «avanti». «Pasa adelante»: mettiti in mostra, fammiti vedere: alla potenza della figura, alla forza vettoriale dell’antenato che si ripresenta al ricordo, si contrappone allora la ricettività, la disponibilità ad accogliere di chi è colto da questi ricordi.
Punctum e studium, secondo la terminologia di Roland Barthes: l’insistenza di quel che «è stato», la forza che ribadisce dalla Fotografia che quanto vi è raffigurato è stato realmente innanzi agli occhi del mirino, da una parte; dall’altra, la pervicacia del desiderio, della voglia di conoscere, inoltrarsi dentro la grana dell’immagine, ben sapendo che l’esito di questa spinta conoscitiva sarà «il ritorno del morto». Ed è evidente che tale spinta, desiderio o disponibilità (che è passività attiva: disporsi a ricevere), è il volto odierno della pietas degli Antichi: raccogliere le statuine dei Penati e salvarle alla distruzione del saccheggio nemico, riporle al nuovo fuoco della casa che si ricostruisce altrove.
Se questo è vero, il libro di Crespo ha allora un duplice volto. Da un lato, esso è senza alcun dubbio un’operazione della memoria, e dunque un’operazione svolta nel tempo. Dall’altro lato, esso è anche un’operazione realizzata nello spazio. Non a caso il punto di partenza, descritto nel testo di apertura e chiarito dalla bandella editoriale, è l’esilio dei progenitori. Prima dell’esilio non vi è storia che non sia placata; l’esilio segna invece una catastrofe rimasta senza racconto: «Non vi è menzione nel Vecchio Testamento di questo viaggio di derelitti», solo segno, tra la polvere e i dirupi dei canyon, «un’ignota sepoltura».
«Illagrimata sepoltura»: viene quasi da sovrapporre alla tomba anonima nel deserto quella fantasticata da Foscolo come fatale prescrizione che stacca l’uomo dalla sua terra, dai suoi simili, dal gioco di affetti che costituisce l’umana convivenza. È un fatto fondamentale dell’umano su cui, verrebbe da dire “dopo Vico” è tornato qualche anno fa Robert Pogue Harrison in Il dominio dei morti. Ed è fatto che nel nostro mondo repleto d’immagini trova ancora nella Fotografia un possibile innesto per la riapparizione dello spettro, lavorando la nostra immaginazione e consentendo quella contemplazione, quello sforzo interiore che rifaccia davvero «presenti» quelle immagini, quelle persone che sono già state.
Ma lo spettro, si sa, è creatura esigente. Una volta insediatosi in uno spazio tende a saturarlo. Ed è così che certe presenze hanno poi una maggiore capacità d’insistenza, fino a governare la mano di chi scrive, e dettargli, veri dittatori, le frasi da scrivere, le immagini da evocare: «Questa strada è mio padre che va al registro municipale / questa parete è il suo abito chiaro […] | e questa stanza è dove apre un libro e scrive per sempre / sotto una lampada cieca», una volta preso per sempre il posto del sopravvissuto.
Il libro di Crespo c’insegna la difficile necessità di mantenersi su più tempi e in più luoghi per accogliere le forze della «otredad», dell’altretà, dell’altrità: dell’altrove.

Per informazioni e ordini diretti

Edizioni d'if
di AntoNietta Caridei
vico Lungo del Gelso a Toledo 53/a
80132 Napoli
telefax: 081 404436

la casa editrice

Eurisco

si prega di non inviare testi né per posta né via e-mail. Per le pubblicazioni la d'if procede su invito.

acquista online