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Luis Alberto Crespo, Quando la poesia vola alta
di Fulvio Tuccillo

Luis Alberto Crespo, intellettuale latinoamericano nato in Venezuela nel 1941, ma di origini italiane, è uno dei più noti poeti venezuelani. Scrittore, giornalista, autore di programmi radiofonici, direttore della Casa della Letteratura Andrés Bello di Caracas e vincitore di numerosi premi letterari, tra questi quello della letteratura «i miosotìs 2006», sezione latinoamericana (indetto dalla casa editrice napoletana d’if di Nietta Caridei), in collaborazione con l’Unione Latina, Direzione Cultura e Comunicazione (Parigi).

Si deve a una piccola ma agguerrita casa editrice napoletana, le Edizioni d'If di Nietta Caridei, la pubblicazione di Tortora che voli alta di Luis Alberto Crespo, poeta e scrittore venezuelano tuttora poco conosciuto in Italia.
L'opera di Crespo, che si avvale dell'ottima traduzione di Andrea Perciaccante, è stata presentata a Napoli presso l'Istituto Cervantes e poi alla Biblioteca Nazionale (con l'intervento del console del Venezuela, di Giancarlo Alfano, critico attento e sensibile, dell'editrice Nietta Caridei e di Giovanna Marmo, che ha letto con grande bravura i testi) ed è vincitrice per l'anno 2006 del premio annuale di poesia «i miosotìs» intitolato a due protagonisti della cultura napoletana, Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo, che non ci sono più ma che a Napoli nessuno ha dimenticato.
Chi scrive ha conosciuto di persona Mazzacurati e non può fare a meno di ricordare che egli non fu solo un grandissimo italianista ma anche un raffinato conoscitore ed interprete di autori europei ed extraeuropei, come d'altronde lo era lo stesso Russo. Insomma l'abbinamento del nome del poeta venezuelano a quelli di Mazzacurati e Russo assume un particolare valore anche perché Crespo, traduttore di René Char e giornalista di ottimo livello nel suo paese, se ha la forza istintiva e fantastica che è propria dei sudamericani, da Neruda a Garcia Marquez, d'altra parte è profondamente legato alla cultura europea.
Tórtola de más arribe (questo il titolo originale dell'opera, pubblicata con testo a fronte) è la storia di uno sradicamento, quello della famiglia del poeta dalla cittadina di Carora, dopo una catastrofica alluvione, e del suo esilio nel deserto di Quibor: «Non seppero mai come invecchiava una casa./ Impararono dalla sfortuna a non avere un posto proprio/ Erano se stessi soltanto quando se ne andavano». Uno sradicamento totale e assoluto che sembra poter avere redenzione solo dalla parola poetica, capace di riannodare fili ormai invisibili, di riscoprire tracce ricoperte dalla spessa polvere dell'oblio, di ridar vita ai grigi negativi fotografici della memoria.
Ma Tortora che voli alto non è semplicemente il collage di una serie di frammenti poetici bensì un autentico poemetto, intenso e compatto, che acquista forti risonanze simboliche, di tono quasi biblico. Infatti, sradicate da sempre sono le popolazioni sudamericane già nelle loro originarie componenti europee, indie ed africane e poi sottoposte – nel corso della loro storia – a grandi violenze, tra cui oggi si deve forse includere quella della deforestazione (il problema però riguarda tutta l'umanità).
D'altronde è l'uomo stesso del nostro tempo che vive un altro sradicamento, forse meno evidente ma non meno pericoloso: quello dell'alienazione e della perdita d'identità.
Così la storia della famiglia Crespo Meléndez, del capostipite Pedro Crespo Meléndez, che «usava il bastone per reggersi meglio sui propri sogni/ e come premonizione del proprio errare», e di sua moglie che «guardava la vita dal cielo dei suoi occhi» e che poi, vedendo la sua «casa di bottiglie, mele e uva invasa dall'acqua», si fermò a contemplare «le remote rovine del breve splendore che l'acqua e il destino devastarono» e seppe di essere già condannata a morire di nostalgia, e di una lunga, indimenticabile schiera di altri personaggi, assume anche il senso di una dolente ed accorata esplorazione della condizione umana.
Non a caso Luis Alberto Crespo ha ricordato recentemente, nell'intervista concessa a Guido Piccoli, che i poeti che sente più vicini sono Celan, Montale, Ungaretti e Saba, fornendoci così alcune coordinate quanto mai significative per una comprensione della sua poesia: Paul Celan poeta tedesco di origine ebraica (il vero cognome era Antschel), che perse entrambi i genitori nei campi di sterminio e morì poi suicida nel '70, fu infatti colui che oppose al suo terribile destino l'impossibile miraggio di una poesia capace di fiorire sulle pietre; Montale è il poeta di una memoria aspra, ermetica, dolente e tuttavia intensa, forte, amorosa; come d'altronde lo è Ungaretti, capace di fissare un attimo di vita in una breve immagine; e lo straordinario Saba, uno dei più antiletterari fra i poeti europei, che costruisce la sua poesia con materiali semplicissimi ed ama «la buona carta» lasciata alla fine del suo gioco (per dirla con le sue stesse parole), resta un ineguagliabile maestro per chiunque ami la poesia.
Insomma, se gli antecedenti più evidenti dell'opera di Crespo sembrano essere Macondo e Spoon River, nel retroterra vi sono invece esperienze almeno altrettanto significative, che arricchiscono una poesia visionaria, tesa e commossa nelle sue più intime fibre, che si sviluppa di fronte a uno scenario desertico, sconvolto, ove solo la memoria lotta per sottrarre all'oblio le tracce di ciò che si è amato e si ama.

Luis Alberto Crespo
Tórtola de más arribe
Edizioni d'If
Pagine 64
Prezzo 10,00 euro

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