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Il dolore dell’esilio nei versi di Luis Alberto Crespo
«Tortora che voli alta» è la preziosa edizione bilingue che l’editore d’if ha dedicato alle liriche del poeta venezuelano
Federico Giusto

Nel calar di luci le strade della memoria scivolano lentamente nel buio. Oscurano i colori nella notte della vita. Qualche fotografia sbiadita da un amaro destino: l’esilio, il desterramiento, dei suoi antenati cacciati da Carora e profughi nel deserto del Quibor. Ed è a Napoli, che in questi giorni il noto poeta venezuelano Luis Alberto Crespo sta parlando del suo ultimo libro di poesie Tortora che voli alta, in occasione della pubblicazione bilingue con la prestigiosa casa editrice d’if e con il supporto della preziosa lettura di Giovanna Marmo, poetessa e abile performer, e con il commento di profondi conoscitori della poesia contemporanea, quali Gabriele Frasca e Giancarlo Alfano. Con questo poemetto Crespo è risultato vincitore al premio di letteratura «i miosotìs 2006», sezione latino-americana, indetto dalla casa editrice d’if di Nietta Caridei, in collaborazione con l’Unione Latina, direzione Cultura e comunicazione.

Cosa guida la sua mano nello scrivere? Il semplice riaffiorare di un ricordo, oppure un rapporto viscerale con situazioni e persone del passato?
«Entrambe le cose. Da una parte v’è una dimensione memoriale, fatta di luoghi e personaggi dell’infanzia, dall’altra una memoria più diffusa, invisibile, ricordi di un passato che non ho vissuto personalmente, ma riferitomi da altre persone, in questo caso da mio padre. Poi interviene l’immaginazione oltre la memoria, che scaturisce dall’osservazione di vecchie fotografie».
Infatti nella sua poesia sembra che la memoria divenga luogo sepolcrale. È così?
«In un certo qual modo sì. La memoria si sdoppia: c’è una memoria concreta di quello che si vede nell’immagine e poi il deposito profondo di questa memoria, che è un deposito perduto, infinito, ed è lì che agisce la metafisica. Non è poesia sepolcrale di stampo sette-ottocentesco, ma è poesia sepolcrale perché si interroga sull’aldilà, su quello che c’è oltre».
Il mondo dei defunti è inteso in una accezione cupa, buia, oppure vi è una maggiore luminosità che lo pervade, e quindi è paradossalmente e intimamente legato alla vita?
«Non c’è luminosità. È piuttosto un mondo delle ombre, legato a una domanda immediata: quando si abbasserà la testa cosa succederà? C’è una grande inquietudine. Dall’altra parte vi è una dimensione legata al paesaggio dal quale provengo, una paesaggio che sembra esser legato alla morte, dove il senso del nada, del niente, è estremamente forte».
Nel suo sentire. Quanto è sottile il confine tra vissuto e sognato?
«Il limite tra sognato e vissuto è il limite che ogni entità umana attraversa. Questo lo si può vedere anche nella filosofia e nell’organizzazione del pensiero logico. Ma se questo è vero per tutte le attività, la poesia è quella esperienza dove questo discrimine viene messo maggiormente in evidenza. Non a caso Virgilio diceva che la poesia parla della morte, il poeta parla alla morte; questo è il segno del passaggio possibile e costante tra i due mondi».
La sua opera è stata spesso associata a quella di Edgar Lee Masters “Spoon River”. In che cosa, invece, se ne differenzia?
«Ciò che mi ha interessato di Spoon River è stato il fatto che fossero le lapidi a parlare e dialogare tra loro. Io, invece, partivo da una realtà in cui non c’erano lapidi, non c’erano epitaffi, perché non c’erano luoghi in cui erano state sepolte queste persone».
“Ilacrimata sepoltura” direbbe Foscolo.
«Infatti, in una delle poesie ricordo che questi morti neanche sottoterra furono abitanti di Carora. Non seppero mai come invecchiava una casa. Impararono dalla sfortuna a non avere un posto proprio. Una lunga valle li visita e dimora su di loro».
E’ la prima volta che viene a Napoli. Caracas, Buenos Aires, Rio, Napoli: realtà eternamente problematiche o cuore vivo e pulsante?
«Credo che siano problemi, un conflitto permanente! Devo dire che quando sono venuto qui, oltre al piacere di ricevere un premio, c’era anche una grande curiosità, che partiva dalla frase di Stendhal: “Napoli è il cuore del mondo”, e devo dire che è assolutamente vero. Ho girato tanto per il mondo, e Napoli mi è sembrata unica, incomparabile».
Mi sembra di capire, allora, che sia proprio il conflitto, il polemos, a generare la vita e la poesia. È così?
«Sì. Ci spostiamo continuamente dalla massima sventura alla felicità, per cui in ogni momento di felicità c’è il rischio di incontrare la sventura e viceversa. Diceva Dante che c’è maggior sventura di ricordarsi i momenti felici nella tristezza, ed appunto, è quello che mi sembra descriva meglio la situazione».

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