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Crespo, il cielo dove volano le tortore
di Guido Piccoli

Le tortore tendono a nascondersi, hanno paura di tutto. Quella di Luis Alberto Crespo, «La tórtola de más arriba», invece vola alta. L’autore venezuelano è a Napoli per presentare, insieme a Nietta Caridei, Gabriele Frasca e Giancarlo Alfano oggi alle 18 all’Istituto Cervantes, di via Nazario Sauro 23, il poema pubblicato dalle edizioni d’If, in versione bilingue, italiano e spagnolo, che canta lo sradicamento, dopo una catastrofica alluvione, della sua famiglia dalla cittadina di Carora e l’esilio nel vicino deserto di Quibor.
Oltre ad essere poeta, Crespo è anche un giornalista, che ha curato per una quindicina d’anni il supplemento culturale di «El Nacional», il maggiore quotidiano del Venezuela.

Non ritiene che questi due «mestieri» siano, se non incompatibili, almeno distanti?
«Quando riesce ad utilizzare la bellezza del linguaggio per descrivere il reale, il giornalismo può assumere una nobiltà letteraria. Ovviamente, l’esempio più fulgido di questo connubio è quello di García Márquez».
Anche la «Tortora che voli alta» rappresenta un tentativo poetico di rappresentare il reale?
«Sì, perchè l’argomento di questo libro, quello che rimane dei miei antenati, che rappresenta anche il mio esilio personale e emozionale, nasce dalla visione delle fotografie ingiallite che mi mostrava mio padre. Di loro non rimane niente, nemmeno un posto dove sono depositate le loro ossa».
Perchè sono tanto importanti la sua terra natale, Carora ed il deserto che le fece scrivere «mai si consumerà in noi la terra secca»?
«Quella regione desertica, bollente e color ocra, abitata dai pastori e dalle capre, non è solo il mondo perduto della mia infanzia o il mondo dei miei avi. La sua aridità rappresenta anche lo stato dell’anima, una categoria morale, la relazione etica col vivere».
A quali poeti si sente più vicino?
«Paul Celan, Eugenio Montale, Umberto Saba e Giuseppe Ungaretti, che hanno in comune il tema del dolore, ma anche il linguaggio asciutto che diventa scrittura attraverso una sfida che non ha nulla di piacevole. Sebbene dolorosa, la poesia è indubbiamente la più grande manifestazione di ricerca personale dell’uomo».
Che peso ha la poesia nel Venezuela odierno?
«Negli ultimi anni si assiste a un recupero della poesia cantata delle regioni degli Llanos (le pianure, ndr) confinanti con la Colombia e di quella scritta in decime, presente in tutta la costa caraibica. È in atto un processo di resurrezione della poesia, promosso dalla capitale Caracas, attraverso l’istituzione di festival, concorsi nazionali e regionali, laboratori letterari, ma anche grazie alla promozione di case editrici, che fanno sì che, in Venezuela, nessun poeta o scrittore che meriti possa essere messo in disparte o dimenticato, a meno che non lo voglia».
Qual è l’obiettivo della sua presidenza della Casa Nacional de las Letras, un’istituzione pubblica intitolata a Andres Bello, poeta, filologo e giurista?
«Mi sono integrato al Ministero della Cultura, che ora si chiama Ministero del Potere Popolare per la Cultura, perchè credo di poter dare un contributo a un processo di stimolo della lettura e della scrittura del popolo venezuelano. Si tratta di un progetto ambizioso che si realizza con eventi storici come la diffusione, avvenuta due anni fa, di un milione di copie del Don Chisciotte, ma anche grazie alla diffusione di stamperie e all’organizzazione di una rete distributiva in tutto il paese. I risultati sono evidenti. Accanto alla diminuzione radicale dell’analfabetismo, si assiste all’aumento notevole della popolazione che non può fare a meno di avere un libro da leggere».
Che tipo di cultura prefigura per il futuro del suo paese?
«Non ideologica. Ma nemmeno quella che, sotto la definizione "di massa", possa schiacciare la libertà d’espressione e l’estetica. L’obbiettivo è quello di conciliare la liberazione del popolo con la liberazione dell’individuo e viceversa».
In questo senso, qual è il suo giudizio sulla svolta attuata da Hugo Chávez?
«Il processo che si vive in Venezuela permette di sognare un paese e un mondo migliore. Pur consapevoli del rischio che ogni sogno possa trasformarsi in un incubo, abbiamo non solo il diritto, ma anche la necessità di riprendere a sognare».

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