«TORTORA CHE VOLI ALTA», LE POESIE DEL VENEZUELANO CRESPO
Spoon River latino-americana nel segno dell’esilio di vivi e morti
di Guido Caserza
Il libro di poesia del venezuelano Luis Alberto Crespo, Tortora che voli alta, pubblicato dalla d’If nella pregevole collana «i miosotìs» (pagg. 64, euro 10), in versione bilingue, costituisce un piccolo quanto prezioso evento letterario.
Eminente figura della cultura latino-americana, Crespo, nato nel 1941, è il discendente di una schiatta di cui l’autore narra l’esilio: i suoi antenati furono infatti cacciati da Carora e profughi nel deserto del Quibor. Gli antenati ritornano, convocati sulla scena dei versi, a ricomporre brevi quadri memoriali, come da fotografie che sottraggano al fluire del tempo un istante raggelato: l’istante dell’esilio, tanto in vita quanto in morte. Il tema dell’esilio è infatti l’implicita figura che innerva questa Spoon River parodizzata, figura che non offre requie né consolazione, giacché «nel libro degli scempi/ neanche sottoterra furono abitanti di Carora».
In ventuno brevi componimenti, Crespo fissa l’immagine degli antenati, «tornati dall’altrove» per dare modo all’autore di celebrare un pietoso culto dei morti. È una poesia epico-familiare, questa di Crespo, che sposa modi meditativi («Sentivano di poggiare su una dimora pensosa/ e perché non si voltarono per saperlo?») con inquietanti rievocazioni («Sei tu, la zia suicida, sei tu, Lulù, che torni?/ Dove hai trovato le tue ossa di rondine?/ Come hai fatto a tarovarle nell’immondizia in cui ti sei persa?»). Una poesia in cui il tema della prossimità tra i vivi e i morti non si declina nei modi consolatori della nostalgia, ma in quelli, profondamente religiosi, dell’ineluttabilità della morte, come quando il poeta rievoca la figura del genitore: «La fioca fiamma della lampada/ illumina parte del suo viso./ Il resto di lui non esiste».


