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cultura / pagina 13 taglio basso

L'ambiguo nitore di Giovanna Frene
Ferite, perdite e colpe inespiate sotto uno sguardo carico di oscure minacce nei versi della raccolta «Sara Laughs»
Marco Giovenale

Ha doti di icasticità e limpidezza innegabili la raccolta di poesie di Giovanna Frene, Sara Laughs, da poco uscita per le Edizioni d'if, nella collana i miosotìs (pp. 32, euro 5). Quella di Frene – autrice da sempre vicina alle scritture di ricerca più eversive della tradizione del Novecento – è una «semplicità» saldamente conquistata: chiarezza perfino sovraesposta del dettato che non cede a semplificazioni (di stile, di pensiero). Il lessico è freddo, piano, non «accessibile». L'orditura sintattica è rigorosa, non «esplicativa». L'icasticità è giustezza e giustizia, non cedimento alla felicità facile dell'aforisma.
La pagina di avvio della raccolta racconta di una «perfetta» e insieme sanguinante vita/persona che «saluta con la mano» e osserva l'io scrivente. Appare, e appare il testo, che in soli quattro versi inaugura tutto il giro d'orizzonte dei temi toccati dal libro: la percezione fatta essa stessa corpo, il vedere e l'essere visto, il saluto ambiguo (di partenza? di arrivo? di aggressione?), la ferita, la perdita, una colpa imprecisata, l'impossibilità di uscirne, lo specchio tra esistere e non; e infine l'ironia delle cose viste e vedenti. Che, proprio mentre si annunciano, si negano a una comprensione, allontanate, imprecisabili, interrogate inutilmente - come, appunto, le intenzioni di un nemico, di un'apparizione. (E che possono essere insieme le intenzioni di «uno sguardo altro» e del «nostro che ritorna », come suggerisce in nota l'autrice). Laterale e dichiarata suggestione di una sequenza di poesie che proprio intorno a tali temi e coppie ruota, va segnalata l'allusione a un libro di Stephen King, Mucchio d'ossa, che Giovanna Frene ha appunto sentito come cenno utile, vicino a diversi motivi propri della raccolta: soprattutto al fil rouge dello sguardo che minaccia o è minacciato, e all'idea di una colpa inespiabile. Così come un riferimento netto delle poesie risiede negli eventi dell'11 settembre. Quelli che in altro contesto sarebbero stati luoghi comuni di una scrittura di genere, o mera variazione su cronaca, perdono qui ogni tratto fisso. Si staccano da qualsiasi movimento solo orizzontale, di pura trama, e spiccano nella pagina di Frene in qualità di allegorie, e riferimenti verticali, incisi, tagli: «da qualche parte c'è sempre l'essere / che guarda il suo opposto», «Come sarà la percezione della fine quando a morire / non sarà chi spaventa morendo ma chi morendo / dispera?».
Il libro non ha dunque nulla della filiazione compiaciuta – merce da merce – di cui soffrono troppe produzioni anticlassiche, accumulative, post-. Se inespliciti eventi luttuosi e cadute e colpi si sommano nella stanza buia della raccolta, allo stesso tempo non si perdono in stile dichiarativo, meno che mai in aneddoto. Non finiscono nel perimetro banale di una «storia» (l'ennesimo racconto del male). Quella che si mostra nel libro è semmai una fitta ma non esplicitata orditura di avvenimenti e cose e fatti e personae, «cunicoli» e avversari limpidamente raggiunti dal linguaggio e allo stesso tempo enigmatici.
Nel riaversi – linguisticamente e senza illusioni – dagli eventi di buio che pure richiama, lo sguardo dell'auctor non si mette mai (perché mai è) in condizione di fondare nulla. Capovolgendo il fin troppo noto motto bronzeo e astratto che da Hölderlin e Heidegger ancora risuona, Frene conclude un suo testo – campito anzi schiacciato dal pesare della morte – dichiarando con durezza che «quello che resta non lo fonda più nessuno».

Per informazioni e ordini diretti

Edizioni d'if
di AntoNietta Caridei
vico Lungo del Gelso a Toledo 53/a
80132 Napoli
telefax: 081 404436

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Eurisco

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