Tra le allegorie cinematografiche moderne ce n’è una che sembra aver segnato di sé non solo il proprio, ma anche il tempo futuro, finendo col fissarsi come sigillo, e suggello, di tutta un’epoca, che peraltro si direbbe ancora non finita. Si tratta dell’allegoria narrata da Don Siegel col suo The Invasion of the Body-Snatchers (1956), film tratto da un romanzo di science-fiction diventato poi un piccolo classico grazie appunto al film, il quale a sua volta sarebbe stato ripreso e rimaneggiato due volte, negli anni Settanta da Philip Kaufman (1978) e all’inizio degli anni Novanta da Abel Ferrara (1993).
La storia è assai nota: in un piccolo e normalissimo paesino americano, felicemente addormentato nel suo benessere da Guerra fredda, all’improvviso gente di ogni carattere ed età comincia a soffrire di una strana forma di disordine psichico: essi sono profondamente persuasi che uno dei loro cari, la mamma, il fratello, lo zio, non siano più loro. Cioè, sì, sarebbero loro in apparenza, ma non sono più loro, come dire?, dentro. La voce è quella, il volto, il corpo sono giusti. Eppure è solo come un involucro senza individualità, privo della dimensione inconfondibile che fa di ogni persona un soggetto specifico, di quel “non so che” che appare nell’intonazione o nella reazione improvvisa: non soggetti, dunque, ma spoglie, senza più l’insieme dei tratti che costituiscono il fascio insostituibile – così ognuno spera – di ciascuno.
Effettivamente, quel che sta accadendo nella cittadina è che una misteriosa civiltà extraterrestre sta sostituendosi alla popolazione locale prendendone, proprio alla lettera, il posto: nel corso della notte, quando le difese della coscienza sono indebolite, gli invasori –preventivamente stoccati in enormi baccelli e collocati nelle cantine delle case – assumono le fattezze dei terrestri, che diventano gli ospiti di questa nuova forma di parassiti. Una volta avvenuta la sostituzione il soggetto originario risulta così tramutato in una sorta di suo analogo, ma solo esteriore e come passivo, subordinato a un pensiero collettivo che ne dirige i passi e le intenzioni.
Allegoria del Totalitarismo, dove l’individuo è asservito alla sovrana logica della collettività, oppure del Capitalismo, dove l’individuo non s’accorge di essere etero-diretto dalle spinte sociali, culturali, politiche prodotte da ferree logiche economiche, in ogni caso L’invasione degli ultracorpi rappresenta la dimensione paradossale della società moderna, che da un lato esalta le caratteristiche individuali, dall’altro uniforma esigenze, bisogni e desideri.
A prima vista, niente parrebbe più lontano dalla poesia, e in particolare dalla forma principe della poesia moderna, la lirica, che è per eccellenza poesia dell’io e della sua singolarità. Canti volle non a caso intitolare la sua raccolta definitiva Leopardi. E a quel medesimo lemma si sarebbe richiamato di nuovo Giuseppe Ungaretti: una voce dalla cadenza specifica e inimitabile, una questione di tonalità, di irriducibilità all’istituto linguistico. E invece Enzo Mansueto, che proprio di Leopardi è studioso, ha provato a ripercorrere questa allegoria della vita umana all’epoca della sua riproducibilità tecnica proprio con gli strumenti della poesia, tracciando nel suo Ultracorpi (Napoli, Edizioni d’if, 2006) un’evidente riscrittura del tema fantascientifico non priva di rapporti sia marchiani sia sottili col lavoro di Gabriele Frasca.
Di questa allegoria Mansueto riprende, va da sé, più che la lettera, lo spirito, se così si può dire: ossia il clima e l’assunto. Il clima innanzitutto, perché in questo libretto poetico c’è un’evidente atmosfera dark, notturna ed elettrica; l’assunto, perché in Ultracorpi si rappresenta la specificità umana nella sua esteriorità: ricchezza e pochezza di ognuno sono infatti sempre e comunque esperibili soltanto per mezzo del corpo, cioè attraverso quanto di noi si protende all’esterno: «E tutta questa cosa che rimane, | e tutta questa cosa che s’è presa | quel che resta del giorno di ombre vane | è cosa estesa» (così recita Stesa). Il corpo, varcate le ombre del giorno, quelle in cui ognuno si dà e prende gli altri per “qualcuno”, si ritrova infine disteso, semmai su un comodo divano, scoprendosi, in un allucinato sguardo dall’esterno, pura estensione senza centro né oltre. Senza redenzione.
Alla estensione fa riscontro l’esposizione. Il fatto che il soggetto si dia nella forma della esteriorità corporea, che dunque altro che ultra-, qui si tratti proprio soltanto di macchie di corpo, ne metta in evidenza la sua natura spaziale e in quanto tale sottoposta alle pressioni del mondo esterno. Un’estensione è in quanto tale esposta a varie forme di azioni e sollecitazioni, dell’aria, degli altri corpi, e prima che ogni altra cosa dello sguardo. Ed è a questo punto che la notturnità del film di Siegel (e dei suoi remake) si trasfonde nella nuova declinazione tematica: al corpo esteso cui è ridotto il soggetto si contrappone infatti l’antagonista energetico e corpuscolare (tale è la natura della luce) del fascio televisivo. Corpo e schermo si trovano così a fronteggiarsi, dove – come era già accaduto in tanti testi musicali degli anni Ottanta (e io penso a The Box dei Tuxedomoon) – la parte attiva, l’iniziativa operatrice è affidata allo schermo. Altro che essere luogo del riflesso, spazio nel quale il soggetto fonda la sua identità speculare, lo schermo diventa il centro del fuoco del mondo che esplode verso quanto ancora resiste del soggetto. Che è quanto dire ancora e soltanto la sua estensione corporea, priva – lo si è detto sopra – di un centro organizzatore: «[...] Il nevrasse, | bombardato al midollo, bombardasse | con fasci di particole quel corpo | o quel che resta su schermo di un corpo» (da Privacy). Ridotto a un Esoscheletro (come s’intitola un altro componimento del libro), il nuovo soggetto degli Ultracorpi (e viene da pensare al grido di guerra pronunciato dai terroristi in eXistenZ di David Cronenberg: «Viva la Nuova Carne!»), riverso su un divano o appeso sul gancio da macellaio del desiderio, vibra dentro, vive «il terremoto, lo sconquasso» di questa esposizione, che è oblazione di sé all’informazione, al sistema della trasmissione (genetica e non) di esigenze, bisogni e desideri provenienti da misteriosi e minacciosi «controllori» esterni. Il corpo si offre insomma a una voce che dà ordini e istruzioni e che insensibilmente lo mutano estraniandolo: «Torniamo a casa stinti dall’inedia. | Nel cavo di una sedia. | Attorno al cavo cranio | un fascio di particole compone | un tronco senza nome. Il corpo estraneo». Come sinteticamente mostra questa canzonetta arcadica l’estraneità si articola per mezzo del sistema della tradizione/trasmissione, così che ne risulti il nuovo canto dello spossessamento del soggetto.
E la radicalità dello spossessamento si misura sul fatto che qui siamo al livello della dimensione puramente materiale. La mancanza di redenzione è insomma dovuta al fatto che quel fascio che illumina il soggetto, quella voce che gli impartisce le istruzioni lo lavora lì dove la sua individualità s’incarna in un plesso di nervi e di muscoli, in un arcano fondo di pulsioni psico-motorie. La radicalità materialistica corrisponde all’impossibilità di salvezza. La sostituzione, è già avvenuta («Via la Nuova carne!»). E così, alla prima sezione del libro, organizzata coerentemente intorno al motivo ultracorporeo, seguono tre componimenti conclusivi che dai precedenti si distinguono per dimensione e per tono, la cui funzione è di descrivere brevemente gli effetti della mutazione e infine fornire la prima e unica (e ultima) visione interna o interiore del soggetto.
Dopo la rappresentazione del processo, ecco dunque il soggetto diventare testimone di quanto quel processo ha prodotto – e che Mansueto voglia proporre una “politica dei corpi” è in quella confusione dei campi di realtà prodotta dal reperimento degli episodi narrati nei due poemetti Corpo estraneo (all’Italia) e Scassata dalla cronaca italiana (reale o realizzabile) di questi nostri ultimi anni. Infine, ridotto a un puro corpo che è divenuto «signore» dell’umiliazione vissuta «piercing dopo piercing», il soggetto non può infine che affidarsi Ad Arimane, al Male, nella speranza che nulla segua allo strazio dell’oggi e del qui. Ma si badi, il Male non è qui un qualche demonio utile per tenersi in piedi, qualche forma di collante di una comunità centripeta e solidale (una setta satanica, semmai). Il Male è quello della specie, anzi è la Natura («produzione e distruzione ec. per uccidere partorisce ec»: così Leopardi negli appunti per il suo incompiuto inno Ad Arimane); soltanto uno sguardo spietato, integralmente materialista può riconoscerlo come tale e così affidarsi – proprio nel momento in cui afferma che «Non posso, non posso più della vita» (ancora Leopardi; ma si ripensi all’ultimo Alien, quello della clonazione: «Uccidimi, uccidimi!») – alla fatale ultima speranza.
Giancarlo Alfano

