Poesia contemporanea, istruzioni per non perdersi
Un viaggio tra i versi pubblicati di recente sulla scena italiana, dal bestiario di Franco Marcoaldi ai frammenti verbali di Cesare Greppi fino alla scrittura corporea e doppia di Alberto Bertoni e al postumano di Enzo Mansueto
di Antonio Prete
Chi volesse seguire le pubblicazioni di libri in versi, sia in lingua italiana sia in uno dei nostri dialetti, non riuscirebbe a star dietro alla frequenza delle uscite. E anche rivolgendo l’attenzione soltanto alle scritture dignitosamente ascrivibili a quel linguaggio che chiamiamo poesia, avrebbe di che penare per stare al passo con l’informazione e, soprattutto, con la lettura. Se, come accade a chi scrive, si aggiunge l’interesse per i classici non solo italiani e per i versi di importanti poeti di altre lingue e culture, si fa davvero aspra la difficoltà.
Come orientarsi tra i tanti libri poetici della nostra lingua, freschi di stampa, che si affollano sui tavoli? La brevità dei singoli componimenti che compongono un volume viene in soccorso. Così si può sostare solo su alcuni testi, come guidati da un silenzioso suggeritore, o da un fiuto che si spera sia stato affinato dall’abitudine. Si può insomma entrare in dialogo soltanto con alcuni versi, e dunque sentirsi esentati dal compito di una lettura integrale. Ma, ogni volta, è la qualità della scrittura poetica che può intrattenere il lettore e persuaderlo a proseguire fino in fondo. Cosa che al sottoscritto accade, in verità, con molti poeti. Si aggiunga l’abitudine a seguire l’intero percorso di alcuni poeti italiani, le scansioni delle loro pubbliche presenze editoriali: e spesso si tratta di poeti nel frattempo divenuti amici e interlocutori assidui. Ogni nuovo libro di un poeta amico è un’occasione di dialogo, e di meditazione, e di scrittura al margine. Un colloquio con la poesia, che proprio passando attraverso l’amicizia, trova ogni volta modi di ripresa, balzi, curiosità.
Dopo questa premessa, oggi voglio riferire, brevemente, delle impressioni segnate a matita nel margine di alcuni recenti libri di poesia italiana. Cominciando con il libro di Franco Marcoaldi, Animali in versi (Einaudi). Che dà all’antico genere del bestiario una rinnovata e splendente energia, riportando i suoi personaggi - animali domestici e no, prossimi e lontani, misteriosi e familiari - in una lingua nitida, venata di dolce ironia e di affezione vera. E in una forma che, tutta giocata sulla variazione, sa intrecciare mirabilmente la narrazione distesa con la brevità epigrammatica, l’andamento favolistico e gnomico con lo sguardo rivolto al particolare, al gesto minimo, alle pieghe di una quotidiana relazione con tutti quei viventi cui diamo il nome di animali. E questa sorta di cura affettuosa del vivente, questa sincera prossimità e quasi condivisione, si fa verso e ritmo nel verso. Elegante nella noncuranza, studiato nella semplicità. Si fa racconto in verso, modulandosi secondo quella che è anche una cifra della poesia di Marcoaldi, cioè secondo una leggerezza affidata a una dizione insieme piana e musicale, con il rincorrersi della rima al mezzo e con i congedi inattesi, sempre appropriati e un po’ malinconici. Fa da sfondo l’orizzonte di una natura che solo nell’animale si può ancora mostrare: il Prologo si incarica di aprire il sipario su quel mondo che noi non siamo. Sull’animale che noi in civiltà non siamo.
Tartaruga, corvo, falco, cane sono presenze che appaiono anche nei versi di Cesare Greppi - Camera selvatica (edito da Interlinea) - ma con una sottilissima funzione comparativa, e allusiva: animali che stanno nella lingua, fatti lingua. Perché la poesia di Greppi è una poesia di straordinaria densità visiva e allo stesso tempo interiore, una poesia dove tutto quel che è nominato sta quasi sospeso nella sua nitida e solitaria essenza. La camera del titolo accoglie i pensieri, i frammenti verbali, ospita i ricordi, ma soprattutto ospita l’esercizio della lingua, il lavoro assorto, tesissimo, della lingua. Alla ricerca di un dire che sia prossimità alla cosa e allo stesso tempo prossimità al suono della cosa, alla musica che da essa scaturisce e va a situarsi nel verso, e nelle pause e nei silenzi del verso. Il muschio, la rosa, il canneto, la collina hanno la stessa vibrazione della sera, della stagione, del ricordo: movimento dello sguardo e movimento del pensiero si uniscono. I poeti che Greppi ha frequentato e benissimo tradotto - da Góngora a Bonnefoy - sono naturalmente orizzonte presente, ma di una presenza che se ne sta, discreta, fuori dal verso, e vi getta solo qualche ombra. Piuttosto a certe poesie di Char e al movimento verbale di Mallarmé rinvia l’increspatura sintattica, il fatto anzi che la sintassi diviene materia del trattamento poetico (sul ruolo speciale della sintassi nella poesia di Greppi c’è un bel saggio di Stefano Agosti). Il prezioso libretto poetico è corredato da un’attenta nota esegetica e linguistica di un altro poeta, Antonio Rossi.
Ho visto perdere Varenne, di Alberto Bertoni (edizioni Manni) si apre con un’introduzione scritta da una delle conoscitrici più sicure, e più fini esegeticamente, della poesia italiana contemporanea, Niva Lorenzini. Che subito, ad apertura, tocca il punto: la scrittura poetica di Bertoni è «tutta corporea, stagionale, topografica, metereologica», ma anche, allo stesso tempo, «tutta straniata, ingannevole, doppia», e questo dietro l’apparenza della cronaca quotidiana, dell’occasione, dell’incontro. Il titolo del libro è lo stesso della prosa che apre la sequenza dei versi: il racconto d’una passione duratura e totale, la passione per le corse dei cavalli, con le immagini - di memoria, di umore e ironica affezione - che salgono dall’ippodromo modenese del Foro Boario e da quello, successivo, della Ghirlandina. Seguono i versi, in lingua italiana e in dialetto modenese, e una sequenza di imitazioni - esemplari per nitore e timbro - da poeti di lingua inglese. Un libro, dunque, ricco di registri e di variazioni, curvo con sapiente autoironia sul romanzesco della vita quotidiana, tessuto di particolari minimi e sfuggenti, ai quali il poeta conferisce, ogni volta, un senso allo stesso tempo effimero e prezioso. E proprio questo atteggiamento, che diviene sicura tonalità, riappare, limpidissimo, nei versi in dialetto, dove c’è una esatta combinazine di ironia e malinconia, di bizzarria popolaresca e acutezza amara dello sguardo.
Infine vorrei dire di un volumetto apparso nella collana di poesia delle edizioni d’if, Ultracorpi, di Enzo Mansueto. I testi poetici muovono dalla descrizione nitida di oggetti verso una modulazione epigrammatica, instaurando un vedere liberato dal dominio dell’io e dai residui di liricità. Un vedere che trascorre in un mondo di corpi virtuali, di cyborg, di elettronici bagliori. Un mondo di irredimibile pervasiva invasione della tecnica. Il verso è percussivo, rifugge dal movimento largo, accoglie pause, interruzioni, frantumazioni, disturbi sonori, infine piega la sonorità della tradizione verso un dettato straniato. Somiglia a un lampeggiare di segnali che muovano da altri mondi. Con un risultato sorprendente: un equilibrio misuratissimo e sapiente di musica e ironia, di allucinata rappresentazione post-umana (il post-umano già oggi presente in grigia orrorifica domesticità nazionale e globale) e parodica esplorazione anatomica del corpo. E questo corpo, oggetto del dire, diventa, con singolare e riuscita metamorfosi, corpo poetico: anch’esso post-lirico, inclusivo però di un gioco delle rime, molto abile nell’uso dell’endecasillabo. Tutto questo disloca la poesia in un punto neutro, in una contemporaneità consapevole della sua storia e tradizione diventata detrito, citazione, maniera, fossile. Interessante il lavoro sulla lingua: nelle rime al mezzo, allitterazioni, assonanze, nelle fusioni lessicali. Efficace l’atmosfera “elettronico-artificiale”. E, pur nella breve sequenza, trova posto illuminante un leopardiano-antileopardiano inno ad Arimane.
Più diversi tra di loro non potevano essere, i libri poetici di cui s’è detto. Testimoniando, così, della vitalità della poesia italiana, della complessa ramificazione delle sue vie, della compresenza di linee e ricerche e tensioni irriducibili a pochi esemplari di poetica. Ma, in comune, i libri di cui s’è detto hanno la passione per la lingua, una passione che per dirsi passa attraverso l’ironia e l’invenzione.

