ENZO MANSUETO E GLI “ULTRACORPI”
di Mario Desiati
Sono poche le 32 pagine di Ultracorpi delle edizioni d’if (2006) per capire che tipo di strada ha intrapreso la poesia del barese Enzo Mansueto. Descrizione di una battaglia (Scheiwiller), il suo primo libro quando uscì a metà anni Novanta fu un piccolo gioiello, salutato da parte della critica («Annuario di Poesia» in testa) come uno dei migliori libri della sua generazione. Poi un silenzio durato un decennio.
In quella raccolta non c’era ancora l’esasperazione formale di Ultracorpi. C’era una finitezza del verso che non lasciava trasparire scelte stilistiche così complesse. E rischiose. Ecco oggi invece Esoscheletro («L’involucro ripulsa nella camera/ elettrizzata. Un inquisito ammasso/ organico conduce come rame/ il fascio scorporante. Buie lame/ disossano dal tronco il suo collasso./ Nei nervi il terremoto, lo sconquasso»), dove la sestina in endecasillabo chiude il blocco della poesia.
Le strofe chiuse di Enzo Mansueto sono appunto i mattoni su cui costruisce l’edificio bachtiniano dei suoi componimenti, materiale con cui dare vita al racconto in versi, a una poesia meno frammentata rispetto alle strofe della prima parte come ad esempio Stand-by («Accendi, spegni. Accendi, spegni. Spegni. / Con l’occhio rosso acceso che rimane / Al buio. Tra le larve, i resti, i segni. / Poco permane»).
Proprio gli ultimi tre poemetti della raccolta giustificano la struttura del libro e ne fanno fare un salto notevole. Pare che Mansueto accumuli materiale, lo ceselli per dar vita a un corpo lirico più composto dove poter affondare la lama e incidere un taglio profondo che non può lasciare indifferente il lettore. Ecco Corpo Alieno (all’Italia) splendida ballata che racconta l’abbandono e il ritrovamento di un neonato dove si trovano versi taglienti come: «E arriva l’ambulanza coi suoi acuti./ Carica lo scarico. Va. E riscarica/ d’un lampo l’emergenza. Sguardi muti…».

