Trio dei fantasmi. Tre nuovi libretti di poesia
di Giancarlo Alfano
Sono appena apparsi sugli scaffali sempre meno lunghi che le librerie dedicano alla poesia gli ultimi tre arrivati di quei piccoli prodotti pubblicati con scadenza più o meno regolare dall’agguerrita casa editrice napoletana d’if. E, come ogni volta che la d’if dà alle stampe uno dei libricini dalla copertina rossa caratteristica della collana “miosotìs” (il cui notevole catalogo le ha guadagnato una discreta visibilità nazionale), anche stavolta il lettore ha modo di affacciarsi sul mondo della più vivace ricerca poetica italiana. Quel che è successo in altre occasioni con Ottonieri o Gardini o Buffoni (di cui si legga, peraltro, l’appena apparso Guerra) si ripete infatti oggi con le opere di tre poeti che, pur differenziandosi per il tono e le scelte formali, presentano tuttavia un’omogeneità peculiare che pare tra i segnali più interessanti della nuova poesia italiana: e direi appunto “nuova”, perché da autori nati tra il 1965 e il 1970 ci si può oramai attendere un accento personale e distintivo.
La più giovane del trio è Elisa Biagini, poetessa fiorentina che, dopo il precoce esordio del 1993, è venuta progressivamente maturando fino alla raccolta sin qui più ampiamente articolata, L’ospite, pubblicata nel 2004 da Einaudi. Il titolo di quest’ultimo libro, più forse dei precedenti Morgue e Uova, rende esplicito il discorso lirico di Biagini, se è vero che quanto abita i suoi testi è un io-ospite: nel duplice senso sia della presenza di un “io” straniero dentro (al di sotto, oltre...) l’io della quotidianità sia della definizione di un corpo-io che ospita uno straniero, come in fondo si dice parlando di un organismo che ospita un parassita. Nella sua nuova breve raccolta la poetessa non si allontana dal tema, ma ne dà una versione formale nuova che contribuisce a chiarire la sua poetica. In questo che autodefinisce «esperimento» ella ha infatti provato a “volgere” in canzone alcuni suoi vecchi componimenti, costringendosi a utilizzare in questa versione parole e rime quotidiane e anzi abusate. L’interesse dunque di Fiato (il titolo del libretto) sta nel fatto che dentro la sua lingua abituale della poesia lirica, gerarchicamente maggiore, la poetessa insinua la lingua minore, della canzone cosiddetta “leggera”. La narratività della musica pop, parassitando la tensione formale delle altre raccolte (qui rappresentata dai tre ultimi componimenti, in “stile alto”), evidenzia un altro aspetto dell’intrusione facendo emergere quella lingua inglese (angloamericana) che è sfondo costante del lavoro dell’autrice fiorentina. Nella modulazione del Fiato le canzoni diventano così ballads, e le liriche si volgono, come nei “falsi amici”, in lyrics.
Di fenomeni di parassitismo, e anzi proprio di sostituzione, tratta anche il librino di Enzo Mansueto, poeta, critico e insegnante barese, che chiarisce tutto sin dal titolo: Ultracorpi. Il riferimento è al cult-movie di Don Siegel e ai suoi remake, nonché, con ogni probabilità, al lavoro artistico e intellettuale di Gabriele Frasca. La sostituzione presentata in questo compatto sistema testuale e concettuale si realizza nell’opera di Mansueto attraverso il motivo dominante della tele-visione e del tramite allegorico dello “schermo”. Nell’alienazione (non c’è altro nome: «E ti trascini a casa che è già sera») che caratterizza la vita all’epoca della sua riproducibilità tecnica, quando la fungibilità universale (qualsiasi uomo al posto di qualsiasi altro o di qualsiasi altra cosa in virtù della generale convertibilità in danaro) si è pienamente dispiegata, lo svuotamento del senso delle esistenze singolari non è più soltanto una dimensione psicologica, ma addirittura una peculiare modalità percettiva: Dopo la nostra identità morale, diciamo così, sono adesso i nostri sensi a spegnersi tra i riflessi dello schermo, così che restiamo ridotti, cartesianamente, a pura res extensa, priva di ogni dentro (si legga il testo incipitario, Programma): un corpo che si distende su di un divano e che s’impregna, sfatto, di fluidi televisivi.
L’ultimo dei tre miosotis è Fata morta, opera che l’anno scorso è valsa a Giovanna Marmo il premio Antonio Delfini. Marmo, il cui lavoro poetico è di fatto inseparabile dalla parallela ricerca performativa, raggiunge forse oggi una chiarezza di visione che sin qui pareva affidata più all’episodio che all’organismo. Pur nella brevità, questa si può infatti considerare una raccolta compiuta (destinata semmai a diventare la sezione di un futuro più ampio libro) che ruota intorno a temi e motivi francamente legati al mondo fiabesco (senza dimenticare l’evidente presenza di Pinocchio), il che vuol dire intimamente connessi a una profonda dimensione psicotica: dove lo stretto rapporto tra i due universi in apparenza così distanti sta nella rappresentazione frammentaria del corpo umano e nella netta separazione tra l’organo e la sua funzione. Se alcuni brani fanno addirittura pensare a una frequentazione non banale della letteratura psicoanalitica, questa poesia non è però mentale, o diciamo “pensante”, ma al contrario fortemente ritmica ed eversiva, soprattutto per quanto riguarda la compaginazione sintattica, con effetti non solo di straniamento, ma proprio di estraniazione, fino a l’ultimo testo, Voce, dove si parla non a caso di una «Voce che si è spalmata addosso» e che dunque impregna il corpo e la voce di chi fa poesia.
Sarà forse solo un caso, un accidente della programmazione editoriale di una casa editrice, ma certo che questo tris di miosotidi sembra proporre uno stato del corpo e della voce moderni in cui l’ospitalità è giunta a tale segno da sovvertire la stessa identità dell’ospite: una condizione estrema la cui rappresentazione è affidata, oggi, alla nuova ricerca dell’arte e del pensiero.


