Ruotolo, denuncio
Un gran pittore del ventre di Napoli spazia sulla storia e sulle sue violenze
A Napoli, presso la Fondazione Morra di via Vergini, sono in esposizione (fino al 28 gennaio) diciotto inediti di Errico Ruotolo, pittore tanto appartato quanto presente, a un tempo, all’interno del suo quartiere (San Giovanni a Teduccio, periferia operaia della città) e fuori nel mondo, su e giù per gli scenari dello sfruttamento umano e per i teatri, anch’essi ubiqui, della guerra pervasiva e perenne.
Dal suo studio in periferia l’artista non si è voluto muovere, così come dalle fattive risonanze della militanza sociale che ne connotò l’impegno giovanile: salvando dall’usura questo e quella grazie ad un lavoro estetico mai disgiunto da intenzioni etiche, e tutto svolto nel segno della trasformazione dell’informe in forma, e dei materiali in opera. A titoli quali Aiutateci a tenere l’Afganistan pulito, Al Jazeera, Respiro urbano, corrispondono quadri grandi e declinati al plurale, in un’articolazione seriale che varia dalla presentazione di volti affratellati nell’anonimia di una folla all’apposizione ordinata di oggetti eterogenei. Risultano repertori figurali animati e inanimati che fortemente alludono alla violenza della storia, in un rimando alla realtà che raggiunge lo spettatore senza l’ausilio di apparecchi enfatici, ma con la forza diretta di una sapienza compositiva capace di governare l’eterogeneità degli ingredienti pittorici e la complessità degli insiemi. Così questi quadri hanno voci di coro, e raccontano in quale maniera il potere usa lo sradicamento per asservire la persona, e come l’ipertrofia degli apparati tecnologici, mentre li riduce a parodia di una funzione, assurge ad emblema della potenza oppressiva.
Il libro-catalogo della mostra, edito dalle Edizioni d’if di Nietta Caridei (www.edizionidif.it), accompagna le immagini con cinque poemetti di Gabriele Frasca intitolati Aprire gli occhi ed ascoltare il buio, che fronteggiano il testo pittorico con una terribilità tutta propria, snodandosi, nel buio di una scrittura abbagliata da fosfeni improvvisi, tra il Poe indagatore degli stati crepuscolari di coscienza e il Joyce attorcigliatore di oziosi pensieri, e insomma tra capo e coda della modernità.
Eugenio Lucrezi


