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Il poeta polimorfo e l’amata multiforme
a proposito di:
Filippo Sgruttendio de Scafato, Sonetti per Cecca, Napoli, d’if, 2005, € 6,00

«Cecca se chiamma la segnora mia, / la facce ha tonna comme a ’no pallone»: così, nel sonetto terzo della Corda primma della Tiorba a taccone, canzoniere napoletano del 1646, viene inagurato l’elenco della «bellezzetudene» della «sdamma» del poeta, quel Filippo Sgruttendio de Scafato dietro cui potrebbe celarsi il grande Giulio Cesare Cortese. In verità Basile lo aveva dichiarato morto quasi vent’anni prima, nel 1627, e così s’è creduto nei secoli fino a quando il compianto Giorgio Fulco non ritrovò i documenti che accreditavano per vivo il poeta almeno fino al 1640. Ragioni di opportunità, forse, avevano indotto a “far fuori” il rappresentante più illustre di un circolo poetico vernacolare i cui rapporti col potere vicereale non sempre erano stati felici. Ragioni di opportunità, forse, che però Cortese seppe volgere in ragioni poetiche inventandosi, attraverso la sua falsa morte, una scuola poetica in dialetto che altro non era – questo è almeno il parere autorevole di uno studioso del talento di Silvano Nigro – che la nuova produzione di un autore protetto dalla morte millantata e dalla copertura sotto falso nome.

Dentro questo quadro non parrà bizzarro che la demoltiplicazione dei nomi e delle persone (anche nel senso etimologico di: “maschere”) investa lo stesso canzoniere. All’interno della Tiorba, e anzi più precisamente nei testi dedicati alla donna amata, infatti, il lettore non fatica troppo a riconoscere volti diversi, facce non coincidenti. Non è insomma uno il poeta che canta le lodi della Donna, ma diversi, o forse meglio uno mascherato con le fattezze di tanti, come risulta chiaro dal semplice confronto tra il sonetto ottavo della Corda primma, dove il poeta si nomina con precisione («io so’ Cola») e il successivo sonetto undicesimo, dove il poeta dichiara che pagherebbe «’no piezzo d’otto / pe le parlare e fare come a Cola». Un canzoniere dialogico, dunque, dove tanti “io” si presentano alla ribalta della pagina per elevare il canto alla Donna, e così confrontarsi a distanza. O piuttosto si potrebbe parlare, con un’immagine questa sì barocca, di un canzoniere diottrico, dove l’“io” che canta si allunga, accorcia, dilata e modifica tutto come un Narciso entrato nella galleria degli specchi deformanti (rubo l’idea a Paolo Gentiluomo che in Novene irresistibili ha raccolto degli straordinari versi dedicati a quest’ipotesi).
La piccola ma fertile casa editrice d’if propone, a opera della sua animatrice Nietta Caridei, una gustosa scelta di Sonetti per Cecca (€ 6,00) presentati nella veste napoletana originale e affiancati da una traduzione fedele e non competitiva. La festa linguistica delle maschere poetiche di Sgruttendio viene in questo modo miniaturizzata, per così dire, in un felice campionario che illustra alcuni dei principali aspetti dell’opera, e tra questi sopra di tutti il gusto del grottesco e la dimensione ludica della moltiplicazione delle persone poetiche di cui ho parlato.
A tutto ciò occorre però aggiungere l’altro polo del gioco, e cioè appunto Cecca. Se infatti il poeta amante è uno ma polimorfo, così la Donna Amata è una ma multiforme, destinata com’è a mutarsi nei diversi realia che volta a volta vengono addotti per rappresentare per via di metafora il suo splendore. Il vecchio codice petrarchesco che vuole i «capei d’oro», i denti come perle e le mani simili all’avorio viene dunque rinnovato tramutando le «trezze» in «tortano» e le «zizze» in «otre» o «vessiche» o «cognole» (‘meloni’) o ancora in «cocozze». Certo, Sgruttendio o chi per lui prosegue su di un percorso che aveva inaugurato già Berni nel Cinquecento, ma non si tratta solo del rovesciamento parodico del codice d’amore, perché qui si realizza l’intensificazione di un fondamentale tema barocco qual è la metamorfosi: non a caso, «Pe laudare ’sse masche e chesse zizze» il poeta dichiara che egli dovrebbe trasformarsi in «l’Anguillara», ossia niente di meno che il traduttore delle Metamorfosi di Ovidio.
Ecco dunque che con un altro nome, con la copertura di un’altra immagine di poeta (e dunque di un altro stile, di un’altra “forma”) Cortese/Sgruttendio cifra la sigla di un’operazione iperletteraria che denuncia che soltanto un poeta che abbia indossato le vesti di un Proteo dialettale può fare fronte a una Donna plebea, e dunque metamorfica per eccellenza.
Giancarlo Alfano

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