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Un misterioso poeta secentesco
Scritto da Nunzio Festa, Martedì, 17 maggio 2005
Sonetti per Cecca, di Felippo Sgruttendio de Scafato, a cura di Nietta Caridei (Edizioni d’if, 2004, collana i miosotìs, euro 6,00).

Un misterioso poeta secentesco, dall’identità mai definitivamente accertata, rovescia il canone lirico della poesia d’amore petrarchesca e rinascimentale per cantare le lodi, in vita e in morte (presunta), di Cecca, una popolana napoletana dalle grazie inquietanti e triviali. Eppure in lei c’è il fascino che tiene avvinto il malcapitato amante (e anche il lettore in venda di sapori forti)…”

Le parole riportate sulla quarta di copertina di questo libricino di versi, tratto da La tiorba a taccone, rendono perfettamente l’idea dei sonetti contenuti nel testo e fanno “luce” (una luce fioca, per la verità) sulle generalità dell’autore delle poesie. Fra le rime si può scorgere l’audacia, se pur al netto dell’impegno politico, che fu di Giuseppe Giusti. Allo stesso tempo, solamente per quanto riguarda alcuni aspetti parziali dell’opera, si può pure citare per analogia Pietro Aretino. Comunque, il poeta partenopeo è di gran lunga più frizzante e meno prolisso di questi ultimi due grandi delle lettere. I sonetti scelti per la pubblicazione sono, inoltre, accompagnati dalla trascrizione moderna (che mai diventa vilipendio alla musicalità dei componimenti o mistificatrice dei contenuti e della forma) e da un Glossarietto che serve a rendere le idee più chiare ai lettori distanti dai termini “vivi” e pulsanti della lingua napoletana.
“Cecca se chiama la segnora mia, / La faccia ha tonna comme a ‘no pallone, / Ha lo colore justo de premmone / Stato ‘no mese e cchiù a la vocciaria.” (Cecca si chiama la signorina mia, / Ed ha la faccia tonda di un pallone, / ha il colorito proprio di un polmone / che è stata un mese è più in macelleria). È l’inizio dell’insolita e particolare presentazione dell’amata. Mano a mano che le pagine scorrono aumentano gli apprezzamenti per le fattezze della graziosa donna del popolo, completamente immersa nei suoi luoghi; piano piano poi si giunge alla gelosia provata dal poeta che vorrebbe Ceccarella solo per sé. L’innamorato si infuria quando la ragazza lo prende in giro, mancando ad un appuntamento accordato. O se sul capo si mette una rezzòla (reticella usata dalle donne napoletane). Le ultime poesie descrivono la morte di Cecca e quello che provoca all’autore, quindi, la dipartita. I lamenti per la morte di Cecca, lontano sia, contengono le ultime sensazioni e sentimenti. “Il calascione piglio per cantare / E m’afferra di subito il singhiozzo / Ché morta è quella che mi fece amare / E fu di questo petto il cuore in bozzo.”
Oppure, “Con queste cose – aihmè! – è andato a Chiunzi, / Ché ce la portò via la Morte, ed io / per la doglia perisco come stronzo.”
Le tinte audaci, presenti sino all’ultimo componimento, sono una caratteristica predominante delle liriche di Sgruttendio. Niente di più interessante, se si pensa alla sfilza di poeti giocosi che adesso si divertono nel meridione ed, anche, in Basilicata. Probabilmente, quest’autore non si può inserire in una categoria, tanto meno nell’ultima indicata. Sicuramente, questa è un’altra delle doti, da riconoscere alla voce di questo poeta del Seicento napoletano.

Per informazioni e ordini diretti

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vico Lungo del Gelso a Toledo 53/a
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