«Milano da bere» raccontata da un napoletano
di Giancarlo Alfano
Pochi mesi fa, nel gennaio di quest’anno, Cesare Viviani ha pubblicato il suo nuovo libro di versi, intitolato La forma della vita (Einaudi). Nelle Note finali il poeta ha spiegato che con questo libro egli ha «voluto visitare l’ordine della narrazione ma soprattutto i luoghi comuni, le parole correnti», aggiungendo che «i luoghi più frequentati li si riconosce dalla pavimentazione consumata». Tempo, grande scultore, ha intitolato del resto un suo libro la Yourcenar: e così le scale della cattedrale di Santiago de Compostela o l’assito di un ristorante primo Novecento a Montmartre recano il segno dei piedi che per secoli e decenni vi hanno transitato lasciando un residuo inerte e del tutto privo di un significato diverso dal puro “passare” degli umani.
Allo stesso modo, i sampietrini delle nostre strade storiche si fanno lisci, e ogni tanto bisogna sollevarli e rigirarli; oppure l’asfalto perde capacità abrasiva e riduce l’attrito, sicché, semmai prima che un’automobile ci scivoli sopra per una frenata brusca, si decide di rifare il manto stradale. Ci sono evidentemente dei luoghi che mostrano più degli altri lo scorrere del tempo attraverso la degradazione degli oggetti che li arredano o delle parti di cui sono composti; questi luoghi non sono per forza quelli attraversati o vissuti da un maggior numero di persone, ma sono quelli in cui le cose hanno assunto un ruolo preordinante nella vita quotidiana. Non solo per quello che si usava chiamare fino ancora al decennio scorso “consumismo”, ma per una certa qualità sentimentale che gli oggetti possiedono. Un oggetto liso non è un oggetto vecchio è un oggetto che è stato molto toccato; ma è anche un oggetto desueto, che ha perso il brillio della novità; è una cosa che tutt’al più sprigiona un fortissimo senso di nostalgia.
Cesare Viviani è nato a Siena, ma vive a Milano. Anche Michelangelo Coviello vive a Milano, anche se è nato a Battipaglia. E se Viviani ha deciso d’illustrare la “forma della vita” in questo suo scontornarsi e perder brillantezza che consiste nell’assunzione stessa da parte di ciascuno di noi del “luogo comune” (il comune luogo del vivere, del riprodursi, del morire infine), allo stesso modo Coviello ha deciso anch’egli di mostrare col romanzo deejay (Napoli, Edizioni d’if, € 18.00), il volto consumato delle cose e delle persone. Proprio quelle cose e quelle persone che invece più brillanti erano apparse e pervicacemente avevano voluto apparire (di una “Milano tutta da bere” aveva parlato uno spot di fine anni Ottanta). L’autore non ha inteso realizzare un revival di quella stagione; al contrario ha provato a rappresentarne la “forma della vita”, che è poi la singolarità di un pugno di personaggi nei quali chissà quanti lettori tra i trenta e i cinquantanni potranno riconoscere le proprie aspettative, le proprie convinzioni, i propri desideri.
Miscelando narrazione, dialogo, una strana forma di monologo recitato di tipo radiofonico (da cui il titolo), deejay ci conduce nella psiche tutta estroflessa, pubblicitaria e commerciale, dei suoi personaggi, riprendendo in termini narrativi una soluzione – già adottata in una sua recente raccolta poetica (Casting, 1999) – che restituisce una sorta di discorso in presa diretta marciante al ritmo di un rimastichio ossessivo ribattuto costantemente sulle medesime sillabe. In questo modo, replicando battute o brevi porzioni di dialogo o anche intere scene, ne risulta affrescato quel sordido mondo privo di ogni riscatto, in cui, tra chiacchiere d’ufficio, discoteche, incontri occasionali e droghe, anche il corpo diventa liso, si sciupa.
Chissà se oggi Coviello ripeterebbe quanto dichiarò nel 1982: «non consiglierei letture, oggi, ma viaggi, comportamenti: il basso e continuo sbucare del reale». Chissà, d’altronde, se a quell’epoca non stesse solo formulando una provocazione. Sta di fatto che per lui il reale continua a costituire un “basso continuo” di cui anche la letteratura deve impregnarsi. Il lettore che volesse prendere sul serio l’autore, dovrebbe allora provare a seguire la storia che il romanzo descrive sottotraccia, che è poi la storia intorno alla quale si raccoglie la complessiva trama musicale. Dovrebbe cioè provare a inseguire le apparizioni di Rocco Libidine, a partire, ovviamente, dall’epigrafe di cui si fregia il romanzo fino alle ultime pagine. Il lettore curioso potrebbe così, dopo aver attraversato alcuni dei modi dell’obsolescere in cui i nostri corpi e le nostre vite sono implicati, scoprire che «la storia della vita non ci ha il finale, perché se ce l’avesse basterebbe aspettare».
Così, su questo scenario metropolitano pieno di nomi milanesi, si disegna la grande icona della nostra cultura barocca, di Napoli quanto di Milano o di Anversa o Parigi: il teschio che ghigna, di fronte al quale c’è uno che prova ad aggirare l’ansia parlando, parlando, lanciando la sua voce nell’etere.

