DOPPIO POEMETTO EDITO DA D’IF
La giustizia di Sannelli
Tradizione e innovazione per parlare d’amore e di guerra e altri misteri
La collana «i miosotìs», piccola gemma della casa editrice D’If, costituisce ormai, con le sue 18 pubblicazioni in catalogo, un must per i cultori di poesia contemporanea. Fortemente voluta da Nietta Caridei, «i miosotìs» è apprezzata dai critici letterari per le sue scelte mirate, all’interno di una linea editoriale che predilige la ricerca poetica, senza nulla concedere a quello sperimentalismo accademico che ha ormai fatto il suo tempo. Pubblicazioni smilze, due sedicesimi di carta leggeri come petali, copertinati in cartoncino bordò decorato da parchi schizzi grafici: la veste dei «miosotìs» costituisce una gradevole forma di sprezzatura grafica rispetto al contenuto di questi libricini che hanno fra l’altro accolto le prove più recenti e divaganti di alcuni dei poeti più importanti di oggi: le elucubrazioni di Gabriele Frasca con il suo Vent'anni di fermo volere, le sperimentazioni virtuosistiche di Tommaso Ottonieri in Coro da l'acqua per voce sola, il memorabile divertissement virtuosistico di Mariano Bàino con i suoi Sparigli marsigliesi.
Ultimo della serie, è arrivato in libreria il compendioso libricino di Massimo Sannelli, poeta genovese del 1973, uno dei più interessanti della sua generazione. Si intitola La giustizia (pagg. 30, euro 3,50) e contiene, come da sottotitolo, Due poemetti: il primo, L’aiuola, è un’indagine intima, poetica e non politica, sul rapporto memoria-guerra; il secondo, La Giustizia, è, con le parole di Sannelli, «lo sfondo di tutto quello che il poeta ha scritto in versi, nei dieci anni (1993-2003) a cui si riferisce». I due poemetti formano una trama dialogica, così come fortemente dialogica, rivolta a un tu immaginario, anche se mai nominato, è la sintassi di questa poesia, fortemente franta, affidata al flatus vocis di un io teatralizzato, in bilico tra un sapere colto, ereditato dalla tradizione, e l’incertezza del proprio essere. Così, se da una parte affiorano lacerti di neostilnovismo, brandelli metrici di canzoni e citazioni dotte, dall'altra l’io poetico monologa paradossalmente con le proprie maschere («la guerra priva spinge verso / il mondo intimo»), o si affida all’idea archetipica di una giustizia somma, di derivazione medievale, che coincide, misticamene, con l’idea stessa di amore, come chiarisce l’incipit del secondo poemetto: «centro di Amore è ”o” vuoto e il bianco; ride / l’amore, e pareva il sapore e la pioggia».
Guido Caserza


