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CON «DEEJAY»
Così Coviello fa il verso allo yuppismo
di Guido Caserza

Una serie di istantanee scattate sulla Milano post capitalista, sulla generazione di quei quarantenni-cinquantenni che avevano creduto negli ideali rampanti dello yuppismo, un referto freddo e disincantato sul tedio esistenziale di una classe sociale che ha fondato sulla Comunicazione il proprio credo.
Il romanzo di Michelangelo Coviello, Deejay, pubblicato dalla casa editrice napoletana d’if (pagg. 221, euro 18) non è solo un romanzo giovanilistico, ma è anche, e forse soprattutto, un romanzo realista, se per realismo intendiamo quella particolare prospettiva attraverso cui l’autore riesce a farci guardare la realtà da un’angolatura insolita. L’angolatura scelta da Coviello è quella eccentrica dell’impasto formale di varie tecniche narrative: al dialogo insistito si alternano infatti moduli linguistici da test, inserti in terza persona, discorsi indiretti liberi, pseudo-monologhi.
Sebbene talvolta l’autore insista pesantemente sul parlato (con esisti non sempre fortunati di mimesi linguistica), attraverso l'adozione di queste particolare tecniche è sostanzialmente riuscito a restituirci una rappresentazione convincente della vita milanese, soprattutto di quei suoi coetanei che, ai tempi della loro jeunesse dorée, avevano creduto nella Comunicazione, nella poesia al servizio della pubblicità, nel business intrecciato alla mondanità e che oggi, mutatis mutandis, si ritrovano a frollare i loro mac e a sospingere il proprio tedio esistenziale in vacui happy hour fingendo che tutto sia come prima. Alla fine, si scopre che sono figure senza profondità, che hanno lo spessore di cartoncini da fumetto, drogati dalla vertigine del nichilismo, soddisfatti ma vacui.
Guido Caserza

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