ORIZZONTI LIBRI - l’Unità, lunedì 20 giugno 2005
MICHELANGELO COVIELLO tra umorismo e provocazione traccia ritratti di gente d’oggi, tra miserie, vizi e difficoltà di vivere i senti-menti. Persone che hanno lo spessore delle carte da gioco...
di Giulia Niccolai
Una scrittura veloce e brillante e un umorismo scanzonato («Hai problemi d’ansia? Fai come me, passa alle bretelle»), percorrono i brevissimi capitoli di Deejay di Michelangelo Coviello (Edizioni d’if, pag. 220, euro 18,00), che, come sostiene la quarta di copertina, «non è una testimonianza, non ricostruisce migliorando contesti e personaggi, è la semplice voce di chi si coniuga con la creatività “perché chi è genio è genio e basta”». Umorismo o provocazione?
Così come un Dj asseconda e impone il ritmo e l’energia di una serata in discoteca, il Dj Coviello (poeta, scrittore ed «esperto di comunicazione»), ci trasmette obiettivamente, scientificamente, come un antropologo o un entomologo (senza mai giudicare), gli stati d’animo, le pulsioni e le avversioni di un gruppetto di quarantenni/cinquantenni (maschi e femmine), ancora apparentemente edonisti e vincenti nella Milano della pubblicità e del videoclip, con vista sui soldi e la cultura.
I numerosi personaggi (Andrea, Giulio, Clara, Beatrice ecc.) single, sposati, o che vivono assieme, risultano intercambiabili (e in effetti si scambiano spesso i partner nei loro frequentissimi accoppiamenti quasi «terapeutici» come la ginnastica in palestra).
Privi di una spiccata individualità o personalità, costoro hanno tutti lo spessore delle carte da gioco, sono «figli del loro tempo» e del subconscio collettivo e, nel geniale capitoletto Il meglio di un uomo (che forse è anche lo slogan di una campagna pubblicitaria della Gillette), di uno di loro l’autore (in un eccelso esercizio dì bravura), riesce a dirci tutto e il contrario di tutto, in maniera convincente, perentoria e apparentemente non contraddittoria. Questa capacita di far dire alle parole ciò che si vuole, questa abilità nel manovrarle, tipica di «chi sa coniugarsi con la creatività», e dunque di un poeta, uno scrittore o un copywriter, può dare a chi la possiede l’esaltazione e l’euforia dell’onnipotenza, ma può anche diventare un’arma a doppio taglio, dandoci la vertigine del nichilismo, nel momento in cui ci mostra la vuotezza di ogni formula o asserzione.
Diversi personaggi di Deejay tendono a bere un bicchiere di troppo e a fumare più sigarette del necessario, ma nessuno di loro è in alcun modo vittima di una dipendenza che li renda schiavi di qualche vizio o di droghe. Amano troppo la vita, sono troppo sensuali e vitali, soddisfatti e compiaciuti per avere tali debolezze. Tuttavia a pag. 75, «Maria si alza ancora depressa» e a pag. 107, senza preavviso, Beatrice si suicida in un capitoletto dal titolo Tutto è vanità, due.
Anche in questo caso l’autore non esprime un giudizio o un’emozione. Il suicidio della giovane ci appare dunque come un possibile incidente di percorso, che può capitare indifferentemente all’uno o all’altra, quando si è scelto un determinato tipo di vita. Ma a questo punto non possiamo fare a meno di chiederci in quale modo Coviello spieghi un gesto così irrimediabile e tragico tra i personaggi di quel suo ambiente così mondano, ambizioso e spregiudicato. Anche in questo caso estremo egli trova la risposta più appropriata, trasversale e convincente quando scrive nel breve capitolo dal titolo I sentimenti non ci sentono: «Bisognerebbe avere più cura dei propri sentimenti… sin dall’inizio… ma le parole si mangiano tutto, e non si sente più niente», dandoci così la certezza che il Dj di Coviello abbia saputo captare il vero tono, il vero «rumore di fondo» della propria generazione che gioca a fare gli yuppies vincenti.

