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copertina di Marcello De Martino
collana: gli armadilli brilli
cod. ISBN 978-88-88413-37-5
pp. 224 – euro 20,00

Sono passati appena dieci anni e la "Milano da bere" è già diventata archeologia, modernariato. Il fervore del budget si è placato, il brain storming non devasta più le menti, l’arroganza dell'investimento dov'è finito? Eppure la generazione che popola questo romanzo, ci ha creduto, anzi se l'è goduto. Teste calde in cerca di nuove professioni, a caccia di nuove frontiere della comunicazione. La poesia al passo della pubblicità, del videoclip, era questo l'obbiettivo, la promessa che diventa progetto, tempo libero.
La Milano mitica è diventata mitologica: una tragedia. Gli stessi protagonisti hanno cambiato mestiere, hanno scelto il frullio del mac. Lo sballo dell'aperitivo ha ceduto il posto al business dell'happy hour. Bisogna cambiare tutto affinché tutto torni come prima, come dire che anche la moda è tornata di moda insieme alla nebbia e a tutto il resto. DEEJAY non è una testimonianza, non ricostruisce migliorando contesti e personaggi; è la semplice voce di chi si coniuga con la creatività "perché chi è genio è genio e basta".

Michelangelo Coviello è nato nel 1950. Vive e lavora a Milano dove si occupa di comunicazione. Ha recentemente pubblicato Casting (poesia, Niebo, Milano 1999) e Cuore d'asfalto (romanzo, Tropea, Milano 2000).

Il critico letterario Tommaso Ottonieri, tra i primi lettori di DEEJAY, ci ha inviato la seguente nota, per la quale autore ed editrice lo ringraziano.

Una voce deejay – che s’insinua tra i solchi le onde radio le tessere d’un mosaico (sonoro) la breve luce invisibile del laser, tra le pieghe dei suoni che dalla sua consolle girano si trasmettono riverberano, riverbano, come da una caverna soffice, da un diaframma ben temperato – questa voce è una specie di anfibio in risalita sottopelle, da uno stridore d’arterie e tangenziali, biscia che guizza sul guscio grasso dentro il quale si raggomitola la metropoli (la metropoli: creatura così intimo-aperta – così all’infinito prematura – che, sempre, trans-generandosi, deve ancora nascere: bagliore di faro che luccichi in occhi di viado scivolando): una pelle di serpente, che snudi le orme del desiderio, calcate a fondo nel semibuio elettrificato della fonda notte, sgusciata ai cigli dei viali, ai bordi dei parchi, ai piedi dei semafori.
La metropoli, cioè qui, Milano: che secondo la lettera, poi, vorrebbe dire: quel-che-è-tra-due-fiumi (ricorda Coviello). E qui, il narrare si avvolge allora, a biscia, come una vibrazione di corrente come un pullulare di voci come (su) corso Buenos Aires, sopra il corpo istoriato (corpo topografico) d’una metropoli adagiata fra acque sempre più remote, invisibili, città in secca; a risettarne, quasi, uno spettro di liquidità, attraverso l’onda del proprio fluire seminale (il seme – grasso, infruttuoso – è ciò che fluisce, dalle voci-deejay, dall’inizio alla fine e viceversa, sull’umido degli asfalti per spargersi e spegnersi, nel concavo d’un posacenere, nello scatto d’un interruttore, friggendo). Un narrare-decalcomania, dis/continuo (a dondolo, a swing), a rivestire il fascio nervoso della città: corale e tatuante, e rimovibile, pure, con un sol getto d’alcool.
Città-comunicazione, città-mosaico; città mobile città-mobile (reticolo, acchiappasogni, semovente-sospeso, uso Calder) città ri(s)composta d’una vettorialità elettromagnetica di voci, incrociate a mezz’aria, a demodularsi da screziata levità di frequenze. Coviello cerca il tempo del mosaico, nel metro stesso della comunicazione (che, insieme, lo connette e lo s/vende): e allora, shortcuts, tessere (spostabili), frammenti schizzati a pioggia e però mai inconnettibili o inconciliabili (perché ciascuno di essi porta inscritto in sé il medesimo codice della comunicazione), segmenti staccati eppure accrescitivi nel cumularsi o nella globalità denso-leggera del cantato. Cubismi da copy, senza più hybris che tengano, perché, ecco, è la velocità irriflessa dell’intuizione ‘creativa’ – l’idea d’un attimo da propagare nel riverberarsi di onde radio – quella che consente loro di tenersi stretti al morso della città serpente (cioè, di sopravviverne). “Infatti la città-servizio è un enorme vaso comunicatore, tutto ciò che avviene è comunicazione, in ultima analisi vendita”.
Nel moltiplicarsi dei segmenti delle molte storie – che non fanno in fondo che confermarsi per quello che non smettono di essere, come la stessa storia, lo stesso molteplice, spezzettato corale, senso d’un paesaggio (il remixarsi ad ampio spettro della stessa linea monodica di canto, l’ossimoro d’un romanzo-lirico, insieme pluri e mono discorsivo, a tinte, pure, a tratti, di romanza), – vedo tre fasci laser che più intensamente emettono i loro discontinui segnali e senza falla ritornanti, come nel cielo d’un sabato sera, nitido nell’hinterland delle discoteche. Emettono, e comunicano, fra loro, fuori di loro. La voce piaciona del deejay, che liricheggia trasho, e un poco baricchiano, dei temi incommensurabili della vita e dell’amore e della metropoli, e incorporata infatti di anticlimax (“sì, ma tu spegni questa cazzo di radio”); l’immagine-tipo d’un cameraman vertoviano fuori contesto (o keatoniano? o pirandelliano? alla Ruttmann? o, nel caso, alla Michael Powell?), incantato dello stesso disincanto (lui che “sa bene che il cielo è sempre un fondale e serve a organizzare una scena cittadina”), che si sbatte a fisheye per fissare in pellicola la più classica delle Sinfonie Di Una Grande Città (ma, certo, quel certo epos di Mosca o di Berlino, non potrà che sciogliersi ad alkaselzer, ora nel tempo della città-aperitivo, nella persistenza d’una Milano così strana da bere, coi fiumi e tutto il resto); e poi, il monologo-stream, semiconscio semiacculturato, filosofeggiante il suo cazzeggio buono di bouvards pécuchets, e anch’esso munito dei suoi cuscinetti di anticlimax (“e bravo te”): più o meno come a un certo punto sull’inizio del libro, intorno alla pagina 25, lo stream-of-consciousness nel copy non può che esprimersi in una serie interminabile di luoghi comuni della civiltà delle immagini pubblicitarie (perché, insomma, il Profondo non è stipato che di monnezza, anzi delle sue superficî). Eppure, sarà un caso (anticlimax dell’anticlimax?) che giusto a questo soggetto indeterminato che le spara grosse parandosi ciò che vi è di più (meno?) prezioso da pararsi, sarà affidata l’ultima parola (specchiata parola: “e bravo me”); e che, al capoverso precedente, il pistolotto lirico del deejay non inabissa l’auditel: anzi (“sì, ma non spegnere la radio”). Tutti gli stridori e attriti della città, scivolati, infine, nei fiumi e canali della comunicazione, che da sempre, infine è chiaro, li fasciava (vaso comunicatore, città servizio). “Scegliere potrebbe questa lingua se parlarti o baciarti”; e il bacio, è la rima, che concilia, quando invece tutto è già mangiato via, dall’acqua-comunicazione che dal sublimine sommerge la città: “bisognerebbe avere più cura dei propri sentimenti.. ma le parole si mangiano tutto, e non si sente più niente”. – O invece ancora toccherà scavare nella linea di terra intermedia; e nell’attesa, attivare il silenziatore. Tommaso Ottonieri

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