“Sonetti per Cecca” tradotti da Nietta Caridei per i lettori di oggi
Il linguaggio licenzioso e allusivo delle liriche di Felippo Sgruttendio
di DANIELE CLAUDI
“Un misterioso poeta secentesco, dall’identità mai definitivamente accertata, rovescia il canone lirico della poesia d’amore petrarchesca e rinascimentale per cantare le lodi, in vita e in morte (presunta), di Cecca, una popolana napoletana dalle grazie inquietanti e triviali.”. La citazione è tratta dalla prefazione ai “Sonetti per Cecca”, pubblicati quest’anno dalle Edizioni d’if; il volume, curato dall’italianista Nietta Caridei, asse portante della casa editrice partenopea, consiste nella trascrizione moderna, con traduzione a fronte, di alcune liriche in napoletano scelte da “La tiorba a taccone” di Felippo Sgruttendio de Scafato, opera strutturata in dieci “Corde”, ad alcune delle quali è anteposta una “ ‘Ncignatura”.
La pubblicazione dei “Sonetti per Cecca”, sebbene realizzata con rigore di metodo, non si presenta come un’operazione flilologica: lo specialista non vi troverà infatti alcun apparato critico; d’altra parte bisogna pur dire che si tratta della riproduzione parziale di un’opera, da cui si è deciso di prelevare dei frammenti. La silloge, in realtà, intende proporre al pubblico moderno una gradevole lettura, attraverso una serie di componimenti secenteschi di argomento licenzioso, di cui è possibile afferrare, almeno per ciò che riguarda la superficie linguistica, il senso di rottura con la tradizione, nel rovesciamento del codice lirico petrarchesco. Un procedimento poetico selettivo, che rifiuta ogni interferenza tra forme linguistiche di origine diversa, lì si sviluppava attorno al tema della lode della donna amata, fissandosi così in uno stile esemplare, atto com’era ad esprimere un nuovo atteggiamento mentale; in Felippo Sgruttendio de Scafato, che fa un uso sistematico del turpioquio, leggiamo invece versi imbarazzanti come questo: “Io co’ ‘sto core mio sazio ‘na scrofa”, dove l’intenzione di contravvenire al codice è evidentissima.
Nel tentativo di richiamare l’attenzione del lettore su taluni aspetti di un messaggio poetico nato in clima barocco, la traduzione di Nietta Caridei rimanda alle caratteristiche metriche e lessicali del modello secentesco: con interessanti risultati, e in una sorta di felice approssimazione, proprio in quei passi della traduzione dove viene mantenuto il vocabolo napoletano “quando non è stato possibile italianizzare la rima”, come avverte la curatnice, che rinvia al “Glossarietto” che chiude la raccolta. Ciò che più intriga, di questi “Sonetti per Cecca”, è precisamente la condizione in cui viene calato il lettore medio, stimolato a cooperare, su un piano costruttivamente intuitivo, all’interpretazione del testo.

