il punto sulla narrativa
La letteratura illustrata
di Maria Antonietta Grignani
Saltata la demarcazione tra cultura alta e generi popolari, mentre i media d’oggi (almeno quelli acustico-visivi) stanno in un alone di attualità transeunte e alquanto deprimente e, per dirla intera, sembrano incapaci di generare profili di durata credibile, è fatale che gli autori meno infeudati alla pura carta stampata e al suo rituale autosufficiente si rifacciano all’archeologia del Novecento, magari declinata sulla suggestione di un fumetto storico e con il supporto di materiali illustrativi. L’ha fatto or ora Umberto Eco, con La misteriosa fiamma della regina Loana: un titolo tratto da un fumetto italiano degli anni Trenta, un romanzo pieno di illustrazioni d’epoca.
Gabriele Frasca nel 2001 aveva dato con Santa Mira un libro, travestito da brusìo televisivo e sgangherata cronaca pop di intellettuali di provincia sfigati e privi di centro, ma in realtà tragico, dove nell’unità di tempo e luogo di una giornata nella città immaginaria, ma italianissima, di Santa Mira si addensava una scrittura densa, comico-tragica, coltissima; fitta di excursus e di divagazioni ai limiti del barocco.
Nel nuovo romanzo Il fermo volere, secondo un intento grafico-visivo, ogni pagina è accompagnata a sinistra da un’illustrazione di Luca Dalisi.. Tra testo e fumetto non corrono legami aleatorî, perché una fonte accomuna la condotta, nonché vari nomi o soprannomi, del romanzo e della parte grafica. Infatti il protagonista si fa chiamare e si atteggia come il giustiziere mascherato Spirit, personaggio ideato dal fumettista Will Eisner, americano, che lo propose per tutti gli anni Quaranta. Allora Spirit, alias Denny Colt, criminologo e investigatore, coadiuvava il commissario Dowland di Central City. Ora il nuovo Spirit all’anagrafe si chiama Daniele Beretta, il commissario risponde al nome di Salvatore, ovvero Turi Dolano da Modica; la città è Civitacentri, sulla riviera romagnola, con bar turisti, bulli, utilitarie strombazzanti, per dichiarata confessione di doppio binario: «Civitacentri, manco a dirlo, o Central City, lo si sarà capito, rimane come Rimini in Romagna» (p.109). Le tavole di Eisner presentavano una metropoli notturna, di forte presa architettonica, proprio come le illustrazioni di Dalisi nelle pagine pari, volutamente un po’ nello stile dell’autore di riferimento. Al quale spetta l’onore di alcune ammiccanti citazioni en abîme, quando il nuovo Spirit dice di aver dismesso «la tranquilla professione di archivista alla Fondazione Will Eisner, che era quella che organizzava Central City, il più importante festival del cinema e del fumetto noir della regione» (p. 55) e quando, verso la fine e lo scioglimento della trama, Beretta-Spirit si riferisce ai suoi libri di culto e album colorati, a «The Spirit, by Will Eisner, con quei bei tondini sulle i» (p. 285). Ma quello di Frasca e Dalisi non è un remake o un calco manieristico dal fumetto storico, tant’è vero che in forma più breve il libro uscì nel 1987 presso Corpo 10, senza alcuna immagine a fianco.
A questo proposito, a proposito cioè di una specie di orror vacui o di desiderio di sfruttare l’intersezione tra più codici, si potrebbe sospettare che l’autore (gli autori, se si pensa all’uscita contemporanea del romanzo di Eco) ricorra a tale sinergia perché la scrittura è avvertita come bisognosa di stampelle, ossia debole. Non è così.. Anzi se, come mi pare, l’accoppiata tra pagina di parole e pagina grafica funziona fino a un certo punto, è proprio perché la scrittura è sì contrassegnata dai vari registri informali del parlato, inclusa l’onomatopea da fumetto, ma appare densa, lavorata, complessa, ricca di allusioni letterarie e musicali, piena di quell’intreccio di voci prodotto dalla tecnica esclusivamente scrittoria del discorso indiretto libero, che Frasca rinverdisce e sa usare a meraviglia; non secondo il canone ottocentesco dell’intreccio e con-fusione tra voce narrante e parole dei personaggi di turno, ma alla novecentesca come discordo e contropelo d’autore rispetto a voci già dissonanti, dove il pettine dell’intreccio vocale arruffa la selva in squarci di discorso (o pensiero) diretto prorompente, con le sue brave esclamazioni, onomatopee e gli intercalari, con i (non molti in verità) dialettalismi del caso. La «parola d’altri», per riprendere i temi di un bel libro di Bice Mortara Garavelli (Sellerio, Palermo, 1985), è presa in carico con umorismo e incursioni della voce narrante, che fila un discorso critico lieve ma continuo sull’insensatezza del vivere, sul rapporto tra realtà e invenzione, tra normalità e follia, tra desiderio o brama o voglia e le astrazioni pseudolucide del «fermo volere».
Ma non si pensi a un libro formalisticamente tutto giocato sul lavoro dello stile. Qui l’umorismo è anche di situazione, come dimostra a metà circa del romanzo la satira di un’associazione di psicoanalisti, evocata dal sospetto, rivelatosi alla fine un fatto, che il novello giustiziere Beretta-Spirit abbia in realtà a che fare, a parte subiecti, non con la maschera della Giustizia, ma con un’altra Istituzione altrettanto rigida e aleatoria, cui il decorso della trama inclina poco a poco, quando ci fa incontrare il simulacro di un vecchio studioso dell’anima, rintuzzato e castigato per le proprie teorie ereticali dalla Società dei Colleghi, già messa a dura prova da un certo «lacaniano con le spirali», un «lestofonte col lettino pieno di socialisti», un «grassatore col sigaro» (p.159). I lettori meno giovani e più scaltri certo riconosceranno lestofante, sigaro e spirali.
Di fronte a un oggetto tematico e stilistico di tale impegno la visione binoculare dissociata, richiesta dalla compresenza di disegno e parole, fatica a ondeggire da destra a sinistra, non asseconda l’imperativo complementare alla lettura. Solo alla seconda passata le suggestioni dell’immagine riescono a ipersaturare la pagina, la quale spontaneamente talora lamenta la propria intrinseca lentezza rispetto all’ambizione di simultaneità che certi eventi o pensieri rapidissimi chiederebbero («più di quanto la pagina non dica», pp. 115 e 123). Sì perché il romanzo è anche ricco di trama, anzi è un giallo, seppure di un tipo molto speciale e cioè filosofico come il Pasticciaccio. Di Gadda, ma questa volta piuttosto della Cognizione del dolore, si riprende il depistaggio geoculturale, il doppio registro onomastico della Brianza sudamericanoide (il Resegone divenuto alla spagnola Serruchon, Longone fattosi Lukones, Erba travestita in Prado, ecc.).
Come se l’America di Eisner non bastasse, ibridata come si è accennato con nomi italiani perlopiù di buffa trasparenza semantica, si squaderna nel Fermo volere tutta una Spagna, contemporaneamente d’accatto e di ammiccante civetteria letteraria. Il pretesto è un viaggio del giustiziere mascherato a Granada, alla ricerca di una ragazza scomparsa. Donde un aggallare di allusioni e nomi cervantini, dall’albergo «El lugar de la Mancha» in là. Manco a dirlo, Don Chisciotte è un macromodello per il protagonista Spirit, perduto in un suo mondo di «fermo volere» dove Dulcinea si fa, nomen omen per l’esito finale, Moira Mori, una etichetta onomastica che è tutto un programma, tra Circo Orfei e il latino morior. Lo è – almeno sotto il profilo in senso largo tematico per quella sua lettura intensiva e immaginaria del ‘reale’ – ancor più di Gadda, esempio italiano e perciò più attivo per lo stile e il trattamento straniante, ibridazione geoculturale e effetto comico inclusi. Per fare un esempio, al Lugar granadino, infatti, finisce con il corteggiare il nostro eroe tale signorina Gwendolyne Westend, nordamericana, ma con appartamentino «finemente arredato sul Naviglio Ticinese».
La toponomastica, dalla Cuesta del Rey Chino alla Cuesta de Gomérez, dalla Alhambra alla Torre del Agua e all’Alcazaba, talvolta riposa su citazioni d’autore, come succede con l’Hotel Ganivet e con il negozio di articoli sanitari, in realtà ferri chirurgici ad uso prossimo, che inalbera la tragicomica insegna bipenne «El escultor de su alma», ripetendo il titolo del dramma di Angel Ganivet sullo scultore che perde gli affetti perché vorrebbe scolpire soltanto ormai la propria anima. Ma anche i nomi di persona rinviano talvolta a gibigianne di archetipi illustri, tipo il commissario di polizia di Granada Tristan Buscon, che ripete e commemora il nome del pitocco picaresco della Historia de la vida del Buscon, llamado don Pablo di Quevedo.
Della narrativa classica, diciamo tra Manzoni e Gadda, Frasca riprende parecchie tecniche. Ci sono gli appelli al lettore che lo coinvolgono in un inclusivo noi («il nostro giustiziere», «il nostro detective») o sceneggiano nel voi la convocazione di chi legge: «Tali pensieri (…) si potrà comprendere, se c’è ancora qualcuno fra di voi che queste cose le sente, per quel qualcuno, almeno, beh, non andavano taciuti» (p. 83). C’è il rifarsi a una visibilità da presa diretta: «Se Spirit non fosse stato in quel momento in penombra, lo avremmo visto risciacquarsi in bocca il sorrisetto con cui si compiaceva di essere stato finalmente riconosciuto» (p. 97). Non mancano i richiami al rapporto tra vita e finzione: «Insomma, nella vita vera, lo sappiamo, non vi è il beneficio del montaggio, e i tempi morti superano di gran lunga gli eventi degni della superficialità di una narrazione; e nei tempi morti il cervello è la serra dove dismisurano, chimici, i pensieri più svariati per poi secchire in immagini, inondando di spore fasulle la scatola del cranio» (p. 251). E nemmeno quelli al ruolo demiurgico dell’autore, che in controluce fila la propria trama verbale: «Ma qui, capirete, un po’ compendiamo, come è giusto, e un po’ giungiamo in aiuto della nostra infermiera con una bella laccatura di terminologia appropriata» (p. 155). Una tale postura stinge, come già mostrano le ultime citazioni, nell’attitudine metanarrativa, indice di una responsabilità autoriale che non si nasconde dietro la superficie liscia del discorso: «Si profitterà dell’assenza di Ebony e della pensosità di Spirit per infilarci, allora, fra altre e meno risarcibili lacerazioni, o sciagurate soglie del profondo, quelle insomma della sua anima, se ci fa gioco chiamare così quel casino» (p. 89).
Al livello microstilistico, accanto alle incertezze, agli intercalari, alle onomatopee di un parlato che rincorre con giudizio certe evidenze da fumetto, di nuovo avremo escursioni vitaminizzanti tra basso e alto («simulande startreccherie«; «una zazzera tipo Lennon lisergico»; «il ticchire della pioggia»; «pensieri che infremivano quell’ammasso di pelle scura»); invenzioni verbali degne di una letteratura forte, che in un canovaccio noir immette una notevole carica critica nei confronti della contemporaneità, facendo di Spirit un Don Chisciotte dell’immaginario patologico dei nostri tempi, un commissario Ingravallo fantomatico e stralunatissimo. Dato che qui in gioco è l’identità del giustiziere con la mascherina, non la faticosa constatazione gaddiana che a un delitto soggiacciono molte concause. E’ proprio Beretta-Spirit ad essere guardato e interpretato da coloro che lui guarda, desidera o sospetta colpevoli, o almeno connessi alla storiaccia della sparizione di una donna. Ma il finale non si può dichiarare, perché Il fermo volere è anche un giallo.
Frasca, Gabriele – Dalisi, Luca
2004 Il fermo volere, Edizioni d’if, Napoli.

