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Intervista a Gabriele Frasca: il mio romanzo tra fumetto e narrativa
di Guido Caserza

Libro cult di un’intera generazione, racconto dell’epopea dell’immaginario americano, le cui icone, a ridosso del movimento del ’77, si replicavano a ondate in un paese che passava dal terrorismo al craxismo, e infine un noir di derivazione psicanalitica, coltissimo e contaminatissimo: torna in libreria Il fermo volere di Gabriele Frasca (d’If edizioni), parzialmente riscritto assieme al disegnatore Luca Dalisi che lo ha illustrato con tavole a fumetti.

Un libro transmediale, accompagnato da un cd che contiene le Merry melodies di Frasca con musiche di Steven Brown e che inaugura la collana «Gli Anfibi» della d’If, che verrà presentata al Salone del Libro di Torino. Il titolo deriva da un riferimento a una celebre sestina di Arnaut Daniel, mentre il sottotitolo, Una nuova avventura dell’ingegnoso Spirit, è ovviamente un richiamo al celebre giustiziere mascherato che negli anni ’40 rese celebre il suo creatore, ovvero il disegnatore Will Eisner. Protagonista del romanzo è infatti Daniele Beretta, italianizzazione del Daniel Colt di Eisner, un investigatore privato di Civitacentri (la Central City dell’originale) tutto preso nel dilemma fra una vita in carne ed ossa e un’esistenza di carta: un essere sradicato dalla sua vita di provincia e buttato nel mezzo della storia turbolenta degli anni Ottanta. Ossessione personale di Frasca, che pubblicò per la prima volta il romanzo nel 1987 e due anni fa ne diede un’intermedia versione elettronica, Spirit farà sicuramente la gioia dei filologi, oltre che quella dei degli avantpopers più consapevoli. Frasca, perché riscrivere questo romanzo con delle immagini? «Perché il romanzo nasce dal fumetto. Così ho tentato questa strana forma di romanzo che vive di due ambienti narrativi diversi, con pagine giustapposte per cui il lettore potrà scegliere di pausare, passando dal testo al disegno e viceversa: abbiamo lavorato per un lettore strabico». A un certo punto del romanzo Spirit viene definito «protomartire di un mondo nuovo». «Questo è quello che crede di essere il personaggio, un signore che decide di diventare un giustiziere mascherato, preso dal fumetto: per il povero personaggio la più grossa sciagura è ciò che ha a che fare con il profondo; in questo senso è anche un personaggio leggermente deleuziano. Egli sogna di essere messo in piano, di assumere una identità di carta e quindi di vivere, essendo ripetibile come le tavole a fumetti, piuttosto che deperibile». Ma qualcosa non funziona. «Infatti. Potrebbe restare piatto per tutta l’esistenza, ma poi incontra il fermo volere, ovvero un desiderio ossessivo che lo costringe a riassumere i volumi, il profondo: è l’intervento di questo agente patogeno estraneo che strappa il personaggio alla sua stupida quotidianità di detective privato di una piccola località balnerare e lo immette in una storia più grande di lui». Definirei Spirt un personaggio anche cervantiano: le sue avventure sembrano scandire il passaggio da un immaginario all’altro. Molti intellettuali temono questo passaggio. «Il problema fondamentale è questo: la paura che hanno ingenerato i media elettronici è legata alla scorciatoia per cui si usa definire questa società come società dell’immagine. Ma non è vero: è invece una società dell’ascolto, poiché l’immagine televisiva è un’immagine in fuga, mentre ciò che rimane è il suono, la parola. Per questo credo faccia problema il termine letteratura, perché ha a che fare con la lettura silenziosa, la tipografia, mentre quello che riemerge è ciò che c’era prima la stagione della letteratura. Non a caso funzionano meglio i media elettrici che usano alla perfezione la retorica classica. Dunque non si deve avere paura di ciò che è incominciato tanto tempo fa». Spirit può essere letto come metafora di una nuova identità generazionale? «Sì. Quando incominciai a scrivere Il fermo volere c’era tutto un discorso che aveva a che fare col cambiamento della soggettività. Non c’era più la struttura familiare a costruire il soggetto, che era trascinato in ogni dove: bastava infatti una televisione a trascinarlo via dal triangolino edipico con mamma e papà. D’altra parte il giovane Daniele Beretta, oltre a essere un personaggio antiedipico, è anche un tizio uscito a pezzi dagli ultimi anni della contestazione. L’esperienza di Spirit è dunque drammatica: forse per questo cerca di trasformarsi in un’ombra disegnata su un foglio».

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