TRE RACCOLTE DI VERSI E UNA MESSINSCENA
di MARIANO BÀINO
Il poeta delle contaminazioni ludiche
di Guido Caserza
La pubblicazione in contemporanea di tre libri di poesie rappresenta di certo per Mariano Bàino la sistemazione provvisoria di un ciclo ventennale, incominciato nel 1983 con la pubblicazione di Camera iperbarica. Entrato nel cinquantesimo anno di età, il poeta napoletano ha rappresentato, nell’ultimo quindicennio, una delle voci più avanzate della ricerca poetica in Italia: una ricerca che ha avuto in Napoli un centro vitalissimo (con i compagnons Frasca, ma anche Voce e Cepollaro, da tempo emigrati al Nord) e che con l’esperienza del «Gruppo93» e della rivista «Baldus» ha tenuto alto il profilo del dibattito teorico intorno alla poesia. Ancora una volta, però, occorre registrare come il meglio della poesia contemporanea trovi ospitalità solo presso realtà editoriali periferiche (una storia della miopia editoriale di questo ventennio è ancora tutta da scrivere): i tre libri di Bàino escono infatti per piccoli marchi: Onne 'e terra presso Zona (pagg. 91, euro 8), Amarellimerick da Oèdipus (pagg. 111, euro 9), Sparigli Marsigliesi per i tipi d'If (pagg. 64, euro 6). E di 24 brani di Amarellimerick verrà fatta una lettura lunedì prossimo, il 9 giugno, al teatro Nuovo.
È stupefacente la varietà dei registri, la dinamica dei montaggi, la mobilità della sintassi poetica: mentre Onne 'e terra appartiene al coté neoespressionistico del poeta, Amarellimerick e Sparigli Marsigliesi ne esaltano il versante ludico.
Amarellimerick è una godibile raccolta di limericks, articolata in tre sezioni. Rispetto alla tradizione del genere c’è un sovrappiù di significati; i suoi giochi di parole sono come tendine che si aprono sugli scenari della nostra quotidianità: discotecari, quadretto socio-politico (c’è anche il vescovo Milingo), mucche pazze e buchi nell’ozono sono i personaggi di una svagata commediola umana, raccontata, secondo la misura standard dei limerick, in poesie di cinque versi.
Sparigli Marsigliesi è un raffinatissimo e saturnino libro sui tarocchi. Anche qui prevale l’aspetto ludico, di esercizio verbale e da arte combinatoria: sono ventiquattro ottetti costruiti su paronomasie e allitterazioni che commentano le correlative immagini dei tarocchi.
Scritto in napoletano, ma un napoletano mediatissimo, permeabile agli innesti linguistici e alle contaminazioni, Onne 'e terra, a mio avviso, una pietra miliare della poesia dialettale, è invece il titolo con cui viene purtroppo chiusa la collana «Scritture» di Zona. Onne 'e terra , pubblicata per la prima volta da Pironti nel ’94, è stata notevolmente rielaborata, anche se il lavoro di riscittura ha lasciato immodificata la struttura generale: undici Vrénzole («cose di poco conto», secondo la traduzione d'autore), il centrale e complesso ’O Ggeniuslò (neologismo dialettale per genius loci) e una sezione di nove traduzioni in napoletano (tre da G?ngora, tre da Frénaud e tre da Sereni).
Nel crogiolo della lingua napoletana Bàino amalgama vari ingredienti linguistici contaminando pure, seppur episodicamente, il napoletano con il latino: negli archi sintattici del dialetto si innestano la lingua antica e il linguaggio prezioso di G?ngora, l'italiano pubblicitario e la canzonetta rap. In questo senso il napoletano funziona come una risorsa secolare, una stratificazione geologica di lingue e di culture: all’ipotesi, ormai anacronistica, di un dialetto inteso come fonte incontaminata di poesia, Bàino contrappone evidentemente un uso ideologico e culturale del napoletano, misurandosi con i temi più alti della tradizione poetica, anche laddove sembra fare il verso alla canzonetta popolare: «Ma chi è mu?rto? / ’O pupo Stuorto. / Chi s’’o porta? / ’O pupo Ciorta. / Chi fa o taùto? / ’O pupo Velluto.»

