Giuliano Mesa, Nuvola neve. Nove nuvole in forma di versi, Edizioni d’if, Napoli 2003, € 10.90
Una nuvola in forma di nove: si potrebbe così siglare l’operazione realizzata da Giuliano Mesa (poeta emiliano classe 1957) nel suo nuovo libro Nuvola neve. Nove nuvole in forma di versi, appena apparso per le giovani ed energiche Edizioni d’if di Napoli. Si tratta di un libro delicato, stranamente misterioso, pur nella leggerezza e nel tono fiabesco che lo contraddistinguono. Un libro che adempie pienamente alla vocazione dichiarata, proprio mentre la smentisce in modo clamoroso.
Il libro è inserito infatti in una collana (“gli armadilli blu”) dedicata alla poesia per ragazzi, e pertanto si rivolge a un lettore giovane, che si suppone indifferente, almeno nella generalità dei casi, al prestigio culturale, alla densità di riscontri e di allusività, perché ancora privo di memoria poetica e di esercizio del gusto letterario, e attratto invece, piuttosto, dalla levità dei movimenti chiari e nettamente delineati. Nonché sensibile ai valori ritmici. E qui si è appuntata la scommessa di Mesa, il quale ha realizzato sì una costruzione narrativa lieve e delineata con nettezza, ma risolvendola attraverso il ritmo e la combinazione di suoni. Ognuna delle nove sezioni del libro è contrassegnata da uno specifico tema, annunciato in apertura e ripreso in conclusione, che viene dinamizzato attraverso lo sviluppo di una «commedia» (lo scontro tra i due personaggi Nèbulo e Sòlito) e di un «racconto» (di cui è protagonista una scolara alle prese con parole e suoni). Il libro risulta così costruito su due tensioni contrapposte: da una parte la struttura narrativa che attraversa tutte e nove le sezioni, unendo tra loro le nuvole; dall’altra il tema, cioè la sequenza ritmica e sonora, le cui profonde radici affondano in una fitta tessitura di rimandi colti e sofisticati esplicitamente denunciati dopo ogni annuncio del tema. La duplice tensione costruttiva poi null’altro è che l’esplicitazione nella struttura della tensione che costituisce l’assunto stesso del libro.
Per questo motivo mi sono permesso di sintetizzare e deformare il titolo dell’opera nella formuletta iniziale: perché appunto il poeta (e notevole poeta: se ne veda la sintetica autoantologia, Chissà. Poesie 1999-2000, apparsa pochi mesi fa presso la stessa casa editrice) ha voluto far collidere la dimensione morbida, aerea e malinconica (la nuvola) con la dimensione affilata, rigorosa, costruttiva (il nove). Il conflitto sarebbe solo un giochetto, un intrattenimento per piccolini, in fondo fùtile (un “racconto”, appunto), se non fosse che essa sta per l’insanabile dialettica tra cosa e nome, tra perpetuo divenire del mondo circostante e attitudine resecante del linguaggio, che recide le asperità e le irregolarità delle superfici, comprime i volumi sfuggenti nella scatola dei significati.
Nuvola neve adempie in questo modo, lo dicevamo sopra, al còmpito che l’autore ha voluto darsi: scrivere poesi per ragazzi, anzi addirittura introdurre i più giovani alla principale struttura del linguaggio poetico, il ritmo. Ma nel contempo lo smentisce, perché impone al suo lettore di mobilitare la propria cultura e la propria memoria per confrontare le parole e le cose, e forse conquistare la conclusione che solo la forma, arbitrio rigoroso e insieme legge del movimento, può restituire l’inconciliabile dialettica tra i due poli della vita e della morte, della pluralità e dell’ostinata tentazione a ridurre il molteplice a uno, a nome.
Altro che libro per ragazzi, si direbbe allora, se non fosse che la prima adolescenza è stagione meditativa per eccellenza. Epoca della riflessione e della solitudine innanzi alla teoria. E allora la dichiarazione dei due versi conclusivi, secondo cui «non è mai detta l’ultima parola / la nuvola, le nuvole…», lasciando sospesa e indecidibile l’alternanza tra l’uno e il molteplice, libera nel contempo il lettore dall’ossessione dell’identico, della ripetizione. Il ritmo, che Mesa presenta come un giocoso apprendistato, è insomma sì imparentato al battito del pendolo e al lùgubre richiamo del cucù, ma è anche l’esercizio di una modulazione liberatoria: perché imparare a scandire significa apprendere una tecnica per dichiarare e insieme sfumare, per recingere e allo stesso tempo concedersi al moto dell’altalena, per principiare e insieme sottrarsi a ogni coatta conclusione, spostando, basculando: «Comincia. Comincia dal principio, che non c’è. / Tutto comincia dopo, sempre».
Giancarlo Alfano

